E il Terzo Valico? Nel frastuono di tutte le altre gravi crisi genovesi, nel baccano della politica, tra i buchi e non buchi dell’Amt, tra le visioni contrapposte della città che la sindaca Silvia Salis sta capovolgendo a suo favore, come capita a chi governa, l’opera numero uno del futuro sta asfissiando in silenzio. Non era una bolla di gas quella che dal marzo del 2024 ha frenato i lavori.
È ancora un vero giacimento nel ventre della val Lemme dove ora si lavora metro per metro. Ne mancano 1200 di metri sull’unico fronte di scavo rimasto nelle due canne dell’immenso scavo, il più lungo in Italia. Gli operai procedono lentamente, pronti a evacuare se il gas irrompe nella galleria. Hanno gli autorespiratori, e il tunnel può essere areato potentemente. Oggi sono a settecento metri da uno strato di scavo che ha una diversa morfologia. Lì potrebbe sparire il gas, ma non è sicuro. E così il tunnel intero è in ritardo sulla ultima tabella di marcia di almeno due anni. Se le cose vanno di questo passo potrebbe essere tutto concluso tra la fine del 2028 e il 2029. Perché dopo la caduta dell’ultimo diaframma bisogna armare le gallerie, preparare le nicchie, installare i binari, fare tutto il resto che oggi, con tutti i fronti di scavo arrivati in fondo, meno quei maledetti 1200 metri, non si può fare.
Questo giacimento, che ha mandato a gamba all’aria le previsioni secondo le quali l’apertura dell’attesissima opera sarebbe stata alla fine del 2026, anche se solo per una canna, è stata una vera sorpresa, imprevedibile, ma non da escludere nella morfologia dell’Appennino. Solo durante la costruzione del tratto autostradale Firenze- Bologna, nello scavo di una galleria, era stata trovato qualcosa di simile a questo gas terribile, che non può neppure essere sfruttato, oggi che si parla tanto di gas.
E così il Terzo Valico, opera chiave, aspettata dai genovesi dall’inizio del 1900, come testimoniano montagne di carte, di progetti, scritti e studiati con i mezzi dell’epoca, il progetto di Direttissima Genova-Rigoroso, il progetto dell’ingegner Navone su Serravalle, scivola nel silenzio di tutti.
Sarebbe l’opera risolutiva, come è stato scritto e dibattuto più che per ogni altra partita del nostro sviluppo, ma meglio tacere per non aggiungere delusione a delusione. Oggi che l’isolamento della nostra Genova e della nostra Liguria aumenta invece di ridursi, quel tunnel di 37 chilometri libererebbe dalle strade, dalla “gomma”, come si dice, molto traffico, sopratutto di merci e ridurrebbe il rischio quotidiano, sempre più spesso mortale, che si affronta sulle nostre autostrade, diventate piste proibite dove entrare è pericoloso, dove conviene farsi il segno della croce prima, perché non sai cosa troverai se un incidente, se una coda inattesa di chilometri e chilometri, se un Tir contro l’altro, se una auto che ha sbagliato corsia. E pensare che questo tempo allungato dal gas, dal giacimento di gas, potrebbe almeno essere sfruttato per fare passi avanti nel resto di questa grande opera dimezzata continuamente. Alludiamo al quadruplicamento della linea ferroviaria, da Tortona a Milano, l’opera che realizzerebbe per intero l’idea dei padri fondatori del Terzo Valico o del Supertreno, come si chiamava allora, quello di percorrere Genova-Milano in mezz’ora di tempo e non nell’ora possibile, quando il tunnel diventerà finalmente operativo e avremo vinto la guerra contro il gas. Senza quel quadruplicamento, che è in fase di progettazione e la cui esecuzione non è complicata come lo scavo e dove non ci saranno sorprese geologiche o di gas, perchè si tratta di realizzare nuovi binari in pianura, il Terzo Valico resterà dimezzato.
Anche su questo tema il silenzio è di piombo, perché è difficile spiegare come non si realizzi fino in fondo un’opera risolutiva, che anche il PNRR ha finanziato, girando capitali per un 26 per cento di tutti quelli concessi in Liguria. Perchè è difficile spiegare che questo collegamento, visto e rivisto per decenni, beffardamente inaugurato nei suoi lavori infinite volte da una parte e l’altra della politica veniva prima di tutto il resto, delle superdighe portuali, dei tunnel, delle gronde che non si faranno mai, degli skymetro che non si fanno più, delle funivie intere o dimezzate. Semplicemente perché assorbendo il grande traffico ferroviario di container, ma anche di persone, avrebbe “scaricato” il peso delle altre opere, necessarie forse, ma complementari.
Andiamo ancora più avanti: se il Terzo Valico fosse stato realizzato il ponte Morandi non si sarebbe consumato come è avvenuto nella sua condizione di non manutenzione e il grande traffico deviato sulle sue avveniristiche campate, così cambiato, cosi più intenso, così’ più pesante, sarebbe stato anche assorbito dalla “pista” ferroviaria moderna e veloce.
La tragedia del Morandi è dell’agosto 2018. L’idea di rilancio del Terzo Valico è del 1988 e la costituzione del CIC e del COCIV sono del 1990. Il via, che sembrava definito, dell’opera con la decisione dei lotti costitutivi è del 2010. Tutto il tempo per costruire, anche di superare gli ostacoli che si sono succeduti e non solo quelli “fisici”, ma quelli politici, amministrativi, sindacali, economici. Una “via” alternativa per un nodo ultratrafficato, con addosso due porti, quello di Genova- Sampierdarena e quello di Voltri, una città intera e poi lo sbocco delle vie di collegamento del Nord Ovest, sarebbe stata una manna. Invece la terza soluzione non è stata ancora realizzata fino in fondo e il suo percorso, verso il quale dalla fine del Millennio si guardava con attenzione, anche per i nuovi grandi corridoi europei, essendo stato inserito in una rete moderna di alta velocità, è diventato quasi leggendario per la sua lentezza, per il groviglio che la politica italiana di qualsiasi colore ci ha costruito sopra, passando da un governo all’altro, da un ministro all’altro, da una definizione all’altra, da super treno, a treno ad alta capacità e poi ad altro ancora, mentre intorno il mondo del trasporto cambiava. Insomma c’è un gas più pericoloso di quello che affrontano gli operai in galleria: quello di non riuscire mai a concludere le grandi opere.
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