Roma, 10 aprile 2026 – Giorgia Meloni ha scelto di parlare chiaro ai petrolieri: se il greggio scende, i prezzi dei carburanti devono scendere subito, senza ritardi e senza furbizie. L’avvertimento lanciato alla Camera è stato poi tradotto in un messaggio ancora più diretto al ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove Adolfo Urso ha convocato le principali compagnie — Eni, Api-Ip, Q8 e Tamoil — per chiedere di evitare aumenti ingiustificati e di trasferire rapidamente ai distributori l’eventuale calo delle quotazioni. Sul tavolo resta anche la minaccia politica più pesante, quella evocata dalla premier: se dovessero emergere comportamenti speculativi, il governo è pronto a intervenire fino a colpire gli extraprofitti.
Il punto è che la fragile tregua tra Stati Uniti e Iran non ha ancora rimesso davvero in sicurezza il mercato. Lo stretto di Hormuz continua a essere il vero termometro della tensione: basta il dubbio sulla tenuta della navigazione in quel passaggio cruciale per far risalire immediatamente petrolio e gas e per alimentare il nervosismo sui listini europei. I mercati ieri lo hanno mostrato con chiarezza. Il Wti è schizzato oltre i 101 dollari al barile, il Brent si è riportato a ridosso dei 99 dollari, mentre ad Amsterdam il gas ha chiuso in rialzo a 46,18 euro al megawattora. Le Borse europee hanno reagito in modo prudente, con Francoforte in calo dell’1,14%, Parigi dello 0,22% e Londra appena sotto la parità: il segnale di investitori che non credono ancora a un allentamento stabile della crisi.
È dentro questo quadro che i numeri dell’Enea assumono un peso politico oltre che economico. L’ente ha calcolato che solo nell’ultimo mese il costo aggiuntivo per l’Italia, tra importazioni di gas e petrolio, ha superato il miliardo di euro. Per il gas, la spesa di marzo potrebbe andare ben oltre i 2 miliardi, almeno mezzo miliardo in più rispetto alla media dei dodici mesi precedenti. Per il petrolio, il sovraccosto stimato supera il mezzo miliardo. In altre parole, la crisi innescata dall’escalation mediorientale e dall’incertezza su Hormuz ha già presentato un conto salato a famiglie e imprese italiane, ben prima che gli eventuali effetti si scarichino del tutto sulle bollette e sui prezzi alla pompa.
Ed è qui che l’allarme sulle speculazioni diventa centrale. Perché il paradosso, denunciato anche dai consumatori, è sempre lo stesso: i carburanti aumentano quasi in tempo reale quando il greggio sale, ma mostrano molta meno fretta quando il petrolio arretra. Così, perfino dopo l’annuncio della tregua, benzina e gasolio hanno continuato a ritoccare verso l’alto i prezzi medi sulla rete. Il governo teme che la crisi internazionale, già abbastanza pesante di per sé, diventi il paravento dietro cui scaricare ulteriori margini sui consumatori.
L’analisi Enea sul 2025 conferma, del resto, che il sistema energetico italiano resta esposto. I prezzi dell’energia rimangono molto più alti del periodo precedente alla crisi del 2022, con il gas sopra del 70% e l’elettricità addirittura del 100%. Sul fronte interno, consumi ed emissioni risultano sostanzialmente fermi rispetto al 2024, mentre la transizione procede troppo lentamente: le rinnovabili avanzano, ma solo di un punto percentuale, e restano lontane dai target del Pniec. Anche per questo lo shock di Hormuz colpisce un Paese che non ha ancora rafforzato abbastanza i propri anticorpi energetici.