“I vincenti fanno notizia, ma sono i perdenti che fanno ascolto…”. Lo aveva dichiarato con convinzione Al Pacino quando aveva presentato il suo ruolo da protagonista in Ogni Maledetta Domenica. E raramente una frase è stata più convincente dopo avere visto la resa de Il Maestro, in anteprima in questi giorni su Sky.
Il Maestro, davvero da non perdere
Ci sono film che sai già, dopo i primi dieci minuti, che ti resteranno addosso. Il Maestro di Andrea Di Stefano è uno di questi. Presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, arrivato in sala a novembre e ora disponibile su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e on demand, è uno dei film italiani più riusciti degli ultimi anni — e uno dei pochi capaci di parlare di sconfitta con leggerezza autentica, senza compiacimento e senza falsa consolazione.
Il Maestro, la storia
La storia è semplice nella struttura ma molto complessa nelle sue stratificazioni. Felice Milella ha tredici anni, un talento acerbo per il tennis e il peso di un padre che ha già scritto per lui un futuro da fuoriclasse. Pietro, il padre, fa tre lavori, sacrifica le vacanze della famiglia, spende tutto quello che ha per i tornei nazionali giovanili dell’estate 1989. Per preparare il figlio al grande salto, lo affida a Raul Gatti — ex promessa del tennis con un ottavo di finale al Foro Italico come suo miglior risultato da professionista. Gatti è fresco di clinica di riabilitazione, pieno di spavalderia ma anche di bugie.
Quello che sembra un percorso di allenamento diventa qualcos’altro: un road movie lungo la costa italiana, tra campi assolati, stanze d’albergo scalcinate e incontri che nessuno dei due aveva messo in preventivo.
Raul non è un maestro nel senso in cui Pietro lo intende. Non ha tecniche da trasmettere, non ha la disciplina che un padre ragioniere si aspetterebbe. Ha però qualcosa di più raro e di più prezioso: sa stare al mondo galleggiando in acque fangose appesantito dalle sue stesse rovine addosso, e insegnare tutto questo — senza saperlo — è la cosa più utile che possa fare per Felice.

Favino: la prova più sorprendente della sua carriera
Pierfrancesco Favino ha costruito negli anni una carriera di personaggi solidi, autorevoli, fisicamente presenti. Borsellino, Craxi, il commissario di L’ultima notte di Amore. In ruoli sportivi lo abbiamo visto in Pugili, all’esordio assoluto, ma anche in Bartali e Ferrari: personaggi che portano il peso della storia o dell’autorità.
Raul Gatti è il contrario di tutto questo. È un uomo sgretolato, caotico, immaturo, allergico alle regole — e Favino lo costruisce pezzo per pezzo con una grazia disillusa e un’ironia sottile che lo rendono immediatamente memorabile e immediatamente amabile.
Non c’è trucco in questa performance. Non c’è il grande momento catartico, la scena madre in cui il personaggio si rivela nella sua profondità. Favino lavora per sottrazione, per scivolamenti impercettibili, per silenzi che dicono più delle battute. Raul è un perdente, e Favino non cerca mai di renderlo più simpatico di quello che è nel senso più facile del termine — lo rende vero, cosa molto più difficile ma anche molto più utile.
A Venezia, l’attore aveva spiegato con chiarezza dove stava per lui il senso del film: “Viviamo in un momento in cui c’è l’ossessione sociale per cui si deve per forza essere di successo per poter esistere. Questa storia mostra che si può stare al mondo anche se non si vince, se non si è per forza i numeri uno.”
La rivelazione Tiziano Menichelli e un cast senza punti deboli
Al fianco di Favino c’è Tiziano Menichelli, esordiente, che interpreta Felice con una maturità sorprendente e una capacità di stare in scena senza sbandare mai, reggendo il confronto senza che si avverta mai lo squilibrio. È una rivelazione nel senso più pieno del termine: un ragazzo che non recita di essere un ragazzo, ma lo è, con tutta l’ambivalenza e il peso che quell’età porta con sé.
Giovanni Ludeno è Pietro, il padre: un uomo che ama il figlio ma lo fa nel modo sbagliato, con tutta la pressione e la cecità che un amore sbagliato comporta, senza mai diventare un villain da manuale. Valentina Bellè è Claudia, figura legata a Raul da un segreto che il viaggio porterà in superficie. Chiara Bassermann è Francesca, l’allenatrice incontrata lungo la strada. E poi c’è Edwige Fenech nei panni di Scintilla: un’apparizione breve e perfettamente calibrata, una delle sorprese più riuscite del film. Davvero sorprendente.
La colonna sonora è già di per sé un viaggio: Loredana Bertè, Renato Zero, Franco Battiato, Raf, Patty Pravo, Sabrina Salerno una meravigliosa compilation da Festivalbar di quell’estate del 1989 che non è ricostruzione nostalgica ma sfondo emotivo, un tempo in cui le cose avevano ancora i loro contorni precisi prima che si sfumassero.

Di Stefano e una commedia all’italiana che non si fa più
Andrea Di Stefano è alla sua quarta regia, dopo Escobar, The Informer e L’ultima notte di Amore — film denso e cupo che aveva già stabilito la qualità del suo sguardo. Con Il Maestro compie un cambio di registro netto, dichiarando esplicitamente la sua fedeltà alla tradizione della commedia all’italiana: i personaggi meschini che si riscattano non con gesti eroici ma con piccoli cedimenti alla verità, il viaggio come rivelazione, la malinconia tenuta in equilibrio con l’ironia.
Il riferimento più preciso che alcuni critici citano è Il gaucho di Dino Risi. Non è un accostamento casuale: come nel film di Risi, anche qui il viaggio è un progressivo smontaggio di illusioni — del padre sul figlio, del figlio su se stesso, di Raul su quello che crede di essere ancora. La differenza è che Di Stefano non porta il film alla tragedia, ma a qualcosa di più sottile e forse più doloroso: la consapevolezza.

Il Maestro, perché vale la pena vederlo
La sceneggiatura, scritta da Di Stefano con Ludovica Rampoldi, ha qualche cedimento nella sua seconda parte — quando il passato di Raul si esplicita troppo e il meccanismo si mostra in modo forse anche troppo evidente — ma la coppia Favino-Menichelli è così solida da sostenere anche i momenti in cui il racconto gira a vuoto. Il film dura 125 minuti, forse qualcuno in più di quelli strettamente necessari, ma non ne perde mai il filo emotivo.
Le riprese si sono svolte tra Roma, Gaeta, Portonovo, San Benedetto del Tronto e Grottammare: una costa italiana che non è cartolina ma paesaggio vissuto, esattamente come le persone che la attraversano.
Il Maestro è disponibile su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e on demand. È uno di quei film che sarebbe un peccato perdersi.