Il papa, il conclave che non c’è e la teologia delle cipolle



28 settembre 2021 13:26

Cedere a un’ideologia restauratrice, rifugiarsi nelle sicurezze del passato rinunciando a vivere il cambiamento, accettare la condizione umana per come si presenta, avere paura della libertà e delle sfide che essa pone. Sono questi i grandi rischi per la chiesa nella epoca attuale, anche se seguire il Vangelo significa proprio abbandonare le “false sicurezze” di regole uniformanti e lasciarsi mettere in discussione dalla realtà della vita. In quanto al prossimo conclave, per ora non s’ha da fare, nonostante le speranze di qualche cardinale e le speculazioni sui problemi di salute del papa.

È lungo questo crinale di questioni che Francesco nelle ultime settimane è ripetutamente intervenuto per rimettere al centro del pontificato molti dei temi che gli sono più cari e per rispondere con una certa fermezza a quanti, all’interno della stessa chiesa, provano a ostacolarne il cammino. D’altro canto, l’intervento chirurgico che ha subìto nel luglio scorso, durante il quale gli sono stati asportati trenta centimetri di intestino, aveva fatto scattare il classico “allarme salute” per il vescovo di Roma che, tradizionalmente, si trascina dietro fibrillazioni più o meno interessate circa la prospettiva di un imminente conclave, magari dovute in questo caso alle possibili dimissioni di Bergoglio per ragioni di salute e di età (il papa ha 84 anni), visto il precedente ingombrante di Ratzinger.

Francesco ha risposto con un viaggio nel cuore dell’Europa orientale (Budapest e Slovacchia dal 12 al 15 settembre), dove ha tenuto una serie di importanti discorsi, e poi con una serie di interviste nel corso delle quali si è espresso in modo esplicito, a volte con toni polemici a volte in termini più didascalici, su diverse questioni. Proprio il linguaggio poco formale, spesso colloquiale, usato da Bergoglio per affrontare anche tematiche complesse è spesso oggetto di critiche da parte di quanti vorrebbero un capo della chiesa cattolica più ieratico, distaccato (forse anche più curiale e ortodosso) e preciso nell’esprimersi in pubblico. Secondo il direttore dell’Osservatore romano Andrea Monda, scrittore, giornalista, con un passato da insegnante di religione nei licei romani, le cose però non stanno così.

Il papa, spiega Monda a Internazionale, cerca di “togliere quanto c’è di superfluo per far arrivare il messaggio a tutti in modo comprensibile, con grande impatto. Non è che sia impreciso, anzi, ma il suo obiettivo è, come dice spesso, quello di avviare processi. Di questi processi a volte potrebbe anche non conoscere l’esito finale e forse in questo senso può apparire impreciso ma non lo è per niente. Colpendo invece la nostra immaginazione e la nostra coscienza vuole trasmetterci una scossa, una inquietudine. È un linguaggio che si richiama molto al Vangelo, a esempi tratti dalla vita concreta nei quali tutti possono identificarsi”. E di questo metodo fa parte senza dubbio il rapporto instaurato dal papa con i mezzi di comunicazione.

Il segretario di stato ha cercato nei giorni successivi di smorzare in qualche modo l’impatto di affermazioni così poco diplomatiche

Così, in rapida successione, prima è uscita una lunga intervista rilasciata all’emittente radiofonica spagnola di ispirazione cattolica Radio Cope, poi c’è stata la conferenza stampa a bordo del volo che riportava il papa da Bratislava a Roma (un appuntamento fisso dei viaggi papali), quindi la rivista dei gesuiti italiani, molto vicina a Bergoglio, Civiltà Cattolica, ha pubblicato il testo del colloquio tra Francesco e i gesuiti della Slovacchia. E in quest’ultima occasione, parlando del proprio stato di salute, Bergoglio ha detto: “Sono ancora vivo. Nonostante alcuni mi volessero morto. So che ci sono stati perfino incontri tra prelati, i quali pensavano che il papa fosse più grave di quel che veniva detto. Preparavano il conclave. Pazienza! Grazie a Dio, sto bene”. Il segretario di stato, cardinale Pietro Parolin, ha cercato poi nei giorni successivi di smorzare in qualche modo l’impatto di affermazioni così poco diplomatiche, ma il dato non cambia. Gli ambienti ultraconservatori o semplicemente affezionati allo status quo, si oppongono al messaggio che Francesco vuole trasmettere al mondo e alla chiesa, il contrasto dura ormai dal marzo 2013, quando venne eletto, e le parole del papa sono un sintomo della gravità delle divisioni in corso e allo stesso tempo una prova delle intenzioni di Francesco.

Il grande inquisitore
Ma per andare al cuore del problema posto da Bergoglio oltre l’aspetto più esplicitamente polemico, bisogna riandare al 13 settembre scorso, quando il papa incontrando il clero della Slovacchia ha descritto quella che potremmo definire come una sorta di teologia delle cipolle: “Ricordiamo la storia del popolo di Israele”, ha detto nell’occasione il pontefice. “Soffriva sotto la tirannia del faraone, era schiavo; poi viene liberato dal Signore, ma per diventare veramente libero, non solo liberato dai nemici, deve attraversare il deserto, un cammino faticoso. E veniva da pensare: ‘Quasi quasi era meglio prima, almeno avevamo un po’ di cipolle da mangiare…’. Una grande tentazione: meglio un po’ di cipolle che la fatica e il rischio della libertà”.

“Parlando al gruppo ecumenico, ricordavo Dostoevskij con Il grande inquisitore”, ha aggiunto. “Cristo torna in terra di nascosto e l’inquisitore lo rimprovera per aver dato la libertà agli uomini. Un po’ di pane e qualcosina basta; un po’ di pane e qualcos’altro basta. Sempre questa tentazione, la tentazione delle cipolle. Meglio un po’ di cipolle e di pane che la fatica e il rischio della libertà”. “A volte – ha osservato – anche nella chiesa questa idea può insidiarci: meglio avere tutte le cose predefinite, le leggi da osservare, la sicurezza e l’uniformità, piuttosto che essere cristiani responsabili e adulti, che pensano, interrogano la propria coscienza, si lasciano mettere in discussione”. Rileva ancora Andrea Monda: “Durante il viaggio in Slovacchia e a Budapest il papa ha usato un’espressione forte: il centro della chiesa non è la chiesa; cioè al centro c’è la vita degli uomini e la chiesa, che ha invece al suo centro Cristo, deve stare dentro quella vita, quelle esperienze; se la chiesa mette al centro se stessa il suo diventa un discorso vuoto e autoreferenziale”.

Francesco conversando con i suoi confratelli gesuiti ha messo in guardia dalla “tentazione di tornare indietro. È una ideologia che colonizza le menti. Non è un problema davvero universale ma piuttosto specifico delle chiese di alcuni paesi. La vita ci fa paura”. E certamente a molti vescovi – dall’Ungheria alla Polonia agli Stati Uniti – saranno fischiate le orecchie. Il concetto è stato ripetuto, non a caso, durante la messa con i vescovi europei celebrata a San Pietro lo scorso 23 settembre: nella chiesa ha detto Francesco, “purtroppo è di moda quel ‘restaurazionismo’ del passato che ci uccide, ci uccide tutti”.

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D’altro canto Bergoglio fin dal principio del pontificato insiste su un aspetto: la chiesa deve accogliere tutte le diversità in cui si articola l’esperienza umana e promuoverne anzi l’accoglienza nelle società in cui opera. Per questo ha parlato di multiculturalismo nell’Ungheria di Viktor Orbán (come ha sottolineato “Le Monde in un editoriale), delle discriminazioni dei rom in Slovacchia, dei rischi di un ritorno dell’antisemitismo, di un’integrazione europea aperta alla solidarietà e dell’umanità “scartata” in ogni angolo del pianeta. Per lo stesso motivo, pure, da tempo sta invitando il mondo ecclesiale a smetterla di giudicare l‘umanità in base a un normativismo astratto. “Ci fa paura andare avanti nelle esperienze pastorali”, ha detto ancora Francesco rivolgendosi ai gesuiti. Quindi ha precisato: “Penso al lavoro che è stato fatto al sinodo sulla famiglia per far capire che le coppie in seconda unione non sono già condannate all’inferno. Ci dà paura accompagnare gente con diversità sessuale. Ci fanno paura gli incroci dei cammini di cui ci parlava Paolo VI. Questo è il male di questo momento. Cercare la strada nella rigidità e nel clericalismo, che sono due perversioni”.

Al contrario, per Francesco, quella che viviamo “è un’epoca affascinante, di un fascino bello, fosse anche quello della croce: bello per portare avanti la libertà del Vangelo”. Ancora, di fronte ai fedeli della diocesi di Roma, il 18 settembre scorso, Francesco ha affermato: “Ci sono molte resistenze a superare l’immagine di una chiesa rigidamente distinta tra capi e subalterni, tra chi insegna e chi deve imparare, dimenticando che a Dio piace ribaltare le posizioni: ‘Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili’, ha detto Maria”. Vasto programma si direbbe, ma appunto questa è la strada indicata dal papa argentino alla chiesa del suo tempo: rimettersi in cammino senza rinunciare alle proprie lontane origini.