
Le parole di Thierry Fremaux, direttore del festival, sull’edizione di luglio, che si farà nonostante tutto e appena in tempo.
Per questo Fremaux ora lancia la carica in un’intervista a Variety – e chi meglio di lui, cantore spesso sfacciato della grandeur cannense, custode assoluto della fiamma dal 2004 e sempre in sella nonostante le voci annuali sul suo abbandono? “Ora tutti sanno che Cannes si farà” proclama soddisfatto e con visibile sollievo, tanto da ammettere subito dopo che “nessuno si aspettava una situazione così miracolosa.”
In vista della sessantaseiesima edizione del festival più celebre, ci sono truppe da compattare e animi da riscaldare, tra le vaccinazioni che procedono spedite e la Francia che ha appena riaperto i cinema con ingressi record in sala. Se davvero il governo confermerà l’intenzione di abilitare la capienza piena nei cinema a partire dal 30 giugno, Fremaux avrà vinto la sua scommessa, e proprio a una settimana dallo srotolamento del red carpet sulla Croisette.
Più schermi, ma non più accreditati, dice Fremaux: “vogliamo offrire un’esperienza di qualità e proiezioni confortevoli.” Tutte cose per cui Cannes non è mai stata famosa, e sarà interessante vedere come il festival notoriamente più difficile e intenso da frequentare riuscirà a incorporare le novità. Nel frattempo, la “grande Cannes” auspicata da Fremaux vedrà più film invitati fuori concorso (“il concorso, così come il Théâtre Lumière, non può accogliere tutti, e il mondo intero vuole avere un film a Cannes!”), una sezione Un certain regard ricalibrata su autori giovani, più eventi dal vivo e proiezioni sulla spiaggia.
Tali e tanti sono gli argomenti relativi alla pandemia da discutere, che fa uno strano effetto sentire Fremaux tornare a parlare di quelle che fino al 2019 sembravano le vere emergenze. Dalla famosa “guerra” con Netflix, che riprende da dove era stata messa in pausa ma con animi nel frattempo più calmi (“i film in concorso dovranno uscire nei cinema francesi, e se accettano il fuori concorso saranno i benvenuti: la decisione ora spetta a loro”), alle varie iniziative per la diversità e per la parità di genere, su cui si vedono molti annunci che però continuano a sembrare di facciata. Incoraggiante tuttavia la chiosa di Fremaux: “vogliamo anche fare di Cannes un luogo più accogliente e meno ostile. Deve essere un evento internazionale e universale.”
Per quanto riguarda il programma, il numero di film tra cui scegliere non è calato nonostante tutto, e anzi va aggiunto a quelli che nel 2020 avevano scelto di aspettare senza giocarsi le loro carte sul mercato virtuale. Come l’ormai mitologico Benedetta di Paul Verhoeven, o come il ritorno di Leos Carax che aprirà il festival con Annette (protagonisti Adam Driver e Marion Cotillard), e se tutto va come deve andare, con film che aspettano la Croisette da tempo e verranno presto confermati: The french dispatch di Wes Anderson e il nostro Tre piani di Nanni Moretti (che poi arriverà sugli schermi italiani a settembre).
La presenza americana sarà come sempre cruciale, e Fremaux non lesina le storie dei vari produttori di Hollywood che amano Cannes e non vedono l’ora di tornare a offrire i loro titoli più imponenti al festival: “la fiducia è tornata, e ho appena avuto l’offerta di un blockbuster planetario che farà felice l’intero pubblico del festival.”
Nella grande narrazione visionaria di uno degli uomini più potenti del cinema europeo, dunque, è tempo di tornare: “abbiamo già in testa la musica del festival, composta da Camille Saint-Saëns. Sarà magnifico!” Già, perché Cannes stesso è in fondo illusione, cinema. O forse qualcosa di ancora precedente: “è un’atmosfera particolare, quella di Cannes. Vogliamo tornare a essere al centro delle ovazioni, e anche dei fischi. È un’esperienza viva, come il teatro.”