Quando Fabio Ansaloni ha ricevuto quella telefonata al supermercato, non immaginava che sarebbe diventato il primo dipendente di Sector Alarm in Italia. “Ero a fare la spesa con mia moglie quando mi chiama uno dei più grossi fondi di investimento che possiede quote della società. L’ho presa un po’ con leggerezza, forse la risposta non è stata neanche molto cordiale”, ricorda con un sorriso il managing director dell’azienda norvegese di sicurezza domestica. Eppure da quella chiamata inaspettata, nel gennaio 2021, è partita un’avventura che in soli cinque anni ha portato Sector Alarm da zero a circa 350 dipendenti in Italia.
Una startup in pandemia: dall’ufficio vuoto a 350 dipendenti
Le foto che Ansaloni mostra durante l’intervista al podcast “Money Vibez Stories” raccontano meglio di mille parole l’inizio di questa storia. “Siamo nel gennaio 2021, la prima sede di Sector a Milano. Un ufficio vuoto, tutto da fare”, spiega indicando l’immagine di uno spazio completamente deserto. La sfida era titanica: costruire da zero un’azienda in piena pandemia, quando girare per uffici e viaggiare all’estero richiedeva mascherine e restrizioni continue. “Ho fatto training in Francia con le mascherine. Quelle persone che si sono rese disponibili sembrano 1000 anni fa ma in realtà sono sono pochi anni”, ricorda.
La crescita è stata rapidissima. “Quando abbiamo fatto le 1000 installazioni mensili è stato un traguardo psicologico enorme. Avevamo le magliette celebrative pronte da mesi, aspettavamo quel momento. È stata una grande festa, più che altro per il significato: una sorta di timbro che ci diceva ‘abbiamo fatto un buon lavoro'”, racconta Ansaloni. Quella maglietta, che molti dipendenti tengono ancora appesa sulla sedia in ufficio, rappresenta il passaggio da startup a realtà consolidata nel mercato italiano della sicurezza domestica.
Il gap culturale: Italia vs Nord Europa nella percezione del rischio
Ma perché un’azienda norvegese decide di investire in Italia? La risposta sta in un dato impressionante: “Nei Paesi nordici c’è una penetrazione del 20% degli impianti di allarme, un numero enorme se lo compariamo con l’Italia dove siamo al 3%. E questo nonostante in Italia il tasso dei furti sia molto più alto rispetto al Nord Europa. È proprio una questione di mentalità e di approccio”, spiega il managing director.
Il problema, secondo Ansaloni, è tutto italiano: “Noi in Italia non pensiamo che ci preoccupiamo poco del fatto che possa accadere qualcosa. Siamo bravissimi a farlo dopo che qualcosa è accaduto. Tanti nostri attuali clienti sono persone che ci avevano già visto, ci avevano già sentito ma pensavano ‘non mi interessa, non fa per me’. Poi succede qualcosa e dicono ‘Caspita, se l’avessi avuto sarebbe stato un grande aiuto'”. Un approccio che si riflette anche nel mondo assicurativo, dove le polizze sulla vita o contro i rischi quotidiani hanno in Italia una diffusione molto più bassa rispetto ad altri Paesi europei.
Tecnologia senza fili e personalizzazione totale
L’offerta di Sector Alarm si basa su una filosofia precisa: sistemi senza opere murarie, facili da installare e completamente personalizzabili. “Noi proponiamo ormai da diversi anni impianti allarme senza fili, molto semplici da installare. Questo è un grosso vantaggio rispetto alla mentalità di una decina d’anni fa, quando gli impianti allarme significavano spaccare tutto o progettarli mentre si faceva la casa”, sottolinea Ansaloni.
Ma ogni casa è diversa. Come si adatta un prodotto standard a esigenze così variabili? “Il prodotto è costituito da diversi componenti e i nostri tecnici conoscono quello che è un impianto fatto bene, che possa prevenire sia i furti ma anche adattarsi al quotidiano del cliente. Bisogna capire come è fatta la casa, parlare con il cliente, chiedere quali sono le sue abitudini, cosa cerca da un impianto”, spiega il manager. Un sistema che non è più solo allarme: “Ricordiamoci che gli impianti di allarme li chiamiamo così ma in realtà ad oggi fanno molte più cose. L’impianto può essere espandibile e adattato a tutte le esigenze, anche in corso d’opera”.
L’evoluzione continua: ladri sempre più tecnologici
Ansaloni sfata un mito: non tutti i furti avvengono come nei fumetti di Diabolik. “I modi più comuni sono quelli più semplici, sfondare nella parte più scontata. Però ci sono anche ladri più esperti che utilizzano supporti tecnologici che possono aiutarli. È una continua evoluzione: la tecnologia evolve e anche le tecniche di intrusione evolvono. Bisogna stare al passo con i tempi, in questo ambiente non si riesce a sopravvivere se non si è al passo con la tecnologia”.
L’importante, più che prevenire ogni tentativo, è la velocità di reazione. “Abbiamo visto tantissime casistiche. Preveniamo molti furti ma ovviamente il tentativo c’è. L’importante è la velocità di reazione”, spiega. E qui entra in gioco la centrale operativa, cuore pulsante del sistema.
La centrale operativa: quando scatta l’allarme, il cliente non deve fare nulla
“Il cliente dall’altra parte del mondo riceve una notifica. Ma in teoria non deve fare nulla. Questo è il motivo per cui facciamo impianti di sicurezza connessi”, chiarisce subito Ansaloni. Il meccanismo è sofisticato: “Nel momento in cui c’è uno scatto di allarme, la centrale riceve un segnale e viene gestito nel minor tempo possibile. Se ci può essere un falso segnale, di solito è un singolo sensore. Invece se un ladro entra probabilmente fa scattare la porta o la finestra e magari quella di movimento”.
La centrale riconosce i pattern: “Questi allarmi vengono definiti come prioritari e gestiti con massima priorità. L’operatore verifica se c’è qualcuno in casa tramite le videocamere o le fotocamere. Se è chiaro che c’è stato un tentativo di effrazione, si vede la porta sfondata, la prima cosa che si fa è chiamare le forze dell’ordine, che hanno la priorità massima perché sanno che sta succedendo qualcosa”. Il sistema copre anche emergenze diverse: “Abbiamo un segnale che può arrivare alla centrale nel caso in cui l’intrusione sia insieme al cliente – il classico ladro che ti forza entrare in casa e ti fa staccare l’allarme – oppure se in casa qualcuno è caduto o sta male. Tutti questi segnali vengono gestiti da un operatore che chiama le forze dell’ordine, le ambulanze o i pompieri se si tratta di incendio”.
Privacy e sicurezza dei dati: la sfida più grande
In un settore dove si gestiscono immagini delle abitazioni private, la privacy è fondamentale. “È complesso, forse il tema più rilevante in questo mestiere. Vediamo tutti i giorni aziende anche dai nomi blasonati che hanno fragilità nella gestione dei dati. Se il tuo business è proteggere i clienti, questa cosa non può accadere”, afferma con decisione Ansaloni.
Le misure di protezione sono rigorose: “La centrale ha un livello di protezione e dei processi super strutturati. Per esempio, la centrale operativa non ha accesso all’impianto di allarme per scattare foto o vedere immagini se non è scattato l’allarme. Alle videocamere abbiamo accesso previo consenso del cliente: il cliente può dire ‘non voglio, solo io’, va benissimo. È corretto che il cliente possa decidere”. L’attenzione si estende anche alla gestione nel tempo: “C’è tutta una parte tecnologica che il cliente non vede: controllare che il sistema stia funzionando correttamente, che sia aggiornato, la cancellazione dei dati e delle foto. Il nostro business è proteggere il cliente e questo fa sicuramente parte del nostro dovere”.
Dal sogno di fare il pilota al managing director
Fabio Ansaloni non ha seguito un percorso lineare. “Da piccolo volevo fare il pilota di auto e moto, non il managing director“, confessa ridendo. La formazione riflette quella passione giovanile: “Ho fatto ingegneria meccanica del veicolo, poi ho fatto l’ingegnere per un po’ di anni. Dopo il percorso ha preso un’altra strada”. Ma quella passione per auto e moto rimane: “Sono due passioni che mi rimarranno sempre nel cuore, anche da ex motociclista. Trovo qualche collega appassionato e ne parliamo”.
Il salto verso la gestione aziendale è arrivato attraverso ruoli in aziende di settori completamente diversi. “Il settore della sicurezza per me era nuovo quando sono entrato in Sector. Ho lavorato in aziende e settori diversi, però la parte di pensare e vedere la visione d’insieme, gestire un programma strategico, questa cosa mi piaceva farla e ho cercato di ritagliarmi il mio spazio in questa direzione”, spiega.
L’attitudine all’apprendimento è stata cruciale: “La parte più bella è quella che ti solletica, ti motiva: sai che non conosci una cosa, non sei all’altezza quanto meno, e quindi devi fare qualche passo in avanti più degli altri per dire ‘ok, lo so, conosco il business, so cosa fare'”.
Leadership e gestione: “Siamo in open space, non ho un ufficio”
Lo stile di management di Ansaloni è lontano dagli stereotipi. “Do responsabilità per carattere mio ma anche il resto del management è assolutamente disponibile. Non abbiamo un’organizzazione gerarchica, ci si dà del tu in tutte le situazioni. Porta aperta d’obbligo, anche se in realtà non abbiamo uffici: siamo in open space”.
Il rapporto con i dipendenti si è evoluto con la crescita: “All’inizio eravamo in pochissimi e il team era molto unito, non c’era distanza. Col tempo la struttura è cresciuta fino a centinaia di persone ed è più difficile avere questo tipo di rapporto con tutti. Però l’equilibrio si crea naturalmente, sempre nel mutuo rispetto. Siamo più verso l’apertura e l’essere amici che verso la poltrona di pelle”.
Ansaloni crede nell’importanza di conoscere i dettagli operativi: “Siamo molto all’interno del dettaglio come management team e trovo che questo faccia la differenza. Farlo crescere e scalare è molto difficile: si basa sull’efficientare tutti i processi. Questo lo si può fare solo se si conosce il processo nel dettaglio. Conoscere il dettaglio permette di capire realmente l’impatto che un’idea ha a tutti i livelli dell’azienda”.
La routine quotidiana: tra famiglia e responsabilità aziendali
La giornata di Ansaloni inizia presto. “Mi alzo alle sei e mezza circa e preparo la colazione per mia figlia che ha quattro anni e mezzo e va all’asilo. È sulla strada per andare a lavorare quindi la accompagno io. Con mia moglie ci dividiamo in base agli impegni reciproci. Si prepara la colazione, si litiga un po’ per mezz’ora – ‘non voglio mettermi questo, non voglio mangiare questo’ – poi di corsa, zainetto in spalla e ognuno per la sua strada”.
La piccola non sa ancora esattamente cosa faccia papà: “Probabilmente se glielo chiedessero risponderebbe che parla al computer e che quando siamo a casa mi lamento che parlo al computer e non parlo con lei. Però sa cantare la canzone del nostro spot tv e funziona! La canta spesso, non so se la canta all’asilo ma insomma fa un po’ di branding”.
La pausa pranzo è flessibile: “È un’eredità di quando lavoravo negli Stati Uniti. La pausa pranzo è abbastanza veloce, si adatta alla quotidianità. Non avendo orari fissi, cerco di mettere la pausa pranzo dove riesco, magari quando riesco ad andare in palestra. Poi qualche volta mi fa molto piacere prendere la pausa pranzo, andare al ristorante e fare quattro chiacchiere con i colleghi”.
Il bilanciamento tra lavoro e vita privata è una questione di priorità: “A casa si cerca di essere presenti per la famiglia. Con una bimba piccola penso sia importante esserci e dedicarsi. Ovvio che c’è una responsabilità verso il lavoro e l’azienda, giusto concludere le cose importanti. Fa parte della responsabilità trovare il giusto equilibrio tra le cose che vanno fatte e devono essere fatte bene, e non essere assiduamente attaccati al lavoro per cose che possono essere fatte in un altro momento”.
Il lato leggero: ladri maldestri e deformazioni professionali
Anche in un settore serio come la sicurezza c’è spazio per episodi tragicomici. “All’interno di un negozio si è introdotto un ladro a volto scoperto – quindi non molto attento. È scattato l’allarme ed è fuggito. Il giorno dopo è rientrato, ma stavolta ha detto ‘non fa niente se anche l’allarme suona, vado dentro’. Le guardie sono arrivate e l’hanno arrestato. Non abbiamo capito per quale motivo alla seconda volta si sentisse più sicuro di affrontare un allarme che suonava”, racconta Ansaloni divertito.
La professione lascia inevitabilmente il segno anche nella vita privata: “Quando entri in questo business diventa un po’ una malattia. Anche quando guido sono poco attento per strada, guardo invece i cartelli per vedere se ci sono clienti della concorrenza. Quando vado a cena da conoscenti, l’occhio cade su eventuali sistemi installati: ci sia o non ci sia, se c’è chiedo di chi è, anche solo per capire se ha senso il posizionamento. Se invece non è nostro o non c’è, si cerca di parlare e capire se c’è un’apertura”.
Obiettivi futuri: crescere in un mercato immenso
Nonostante i risultati raggiunti, Ansaloni guarda avanti con determinazione: “Anche adesso se penso al futuro abbiamo dei traguardi molto importanti, quindi siamo lontani da dove vorremmo essere. Non c’è mai un momento in cui ti fermi a dire ‘ok, ora va bene’. Questo forse è una spinta a fare sempre di più”.
La strategia di crescita passa anche dalla comunicazione: “Abbiamo un piano per continuare a crescere quest’anno e negli anni futuri. Continueremo con l’investimento in tv per rendere il brand più familiare e trasmettere il messaggio di cosa offriamo e chi vogliamo essere”.
In un mercato dove solo il 3% delle abitazioni è protetto, le possibilità sono enormi. “Vediamo che man mano che passano gli anni, con la conoscenza di ciò che il mercato può offrire e di cosa ci può aiutare, le cose cambiano. È una cosa in evoluzione”. La sfida, per Sector Alarm e per il suo managing director, è trasformare una differenza culturale in un’opportunità di crescita, portando la cultura della prevenzione in un Paese che troppo spesso impara solo dopo aver subito un danno.