Roma – “Morte al dittatore” gridavano i manifestanti durante le ultime rivolte in Iran, brutalmente represse. Ora è possibile che sia morto, ma la realtà è che non basta abbattere la guida per rovesciare il regime iraniano. Con la caduta dell’ayatollah Ali Khamenei, la Repubblica islamica potrebbe ritrovarsi profondamente indebolita, fiaccata dagli attacchi dell’estate scorsa, dalla crisi economica, dalle proteste di piazza e senza guida. Ma per la sua stessa struttura il regime ha più centri di potere ed è in grado di resistere: è lo stesso Khamenei ad aver preparato la sua successione. Il sistema iraniano del resto prevede un potere stratificato e radicato che rende particolarmente complicato rovesciarlo.
I nomi per la successione: Ali Larijani, Masoud Pezeshkian, Mohammad-Bagher Qalibaf e Hassan Rouhani
È noto che negli ultimi mesi il capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, sia in profonda ascesa, superando anche il presidente Masoud Pezeshkian. Non è da escludere, dunque, che proprio Larijani possa temporaneamente prendersi la leadership del Paese, senza però divenire la Guida suprema dato che non è un alto esponente del clero sciita. L’ex comandante dei pasdaran, che si è occupato della repressione violenta contro i manifestanti, ha giocato un ruolo chiave anche in ambito politico incontrando vari leader stranieri. E potrebbe essere affiancato da altre due importanti figure: il presidente del Parlamento Mohammad-Bagher Qalibaf, e l’ex presidente della Repubblica Hassan Rouhani.
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Al netto di Larijani, secondo un’inchiesta del New York Times, la Guida suprema avrebbe già previsto – in vista di un ipotetico attacco americano – quattro livelli di successione nei ranghi governativi e militari e relativi sostituti, mettendo così il Paese nella condizione di poter reagire prontamente.
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Da un regime teocrarico a uno politico-militare con un ruolo forte per i pasdaran
La caduta della Guida suprema potrebbe quindi spingere il Paese a passare da un regime teocratico, almeno temporaneamente, a uno politico-militare, con un forte ruolo per i pasdaran, le Guardie della rivoluzione. Si tratta di un esercito che conta 190mila membri (stimati) e suddiviso in vari dipartimenti, ai quali si aggiungono le milizie volontarie Basij (100mila membri attivi, almeno 5-6 volte tanto i mobilitabili), che si occupano di vigilare sull’osservazione delle norme islamiche (per esempio l’abbigliamento), a volte con estrema violenza.

Gli alleati di Teheran, la linea del Libano e le minacce degli Houti
Rappresentano, dunque, un esercito parallelo a quello regolare che non solo detiene un potere militare e politico, ma anche economico. Certamente chi sostituirà Ali Khamenei, dovrà fare i conti con i propri alleati. Il premier libanese Nawaf Salam, temendo che Hezbollah attacchi Israele, ha esortato i suoi connazionali “ad agire con saggezza”. Secondo quanto prevede Eunavfor aspides, l’operazione difensiva istituita dall’Ue nel Mar Rosso, gli Houthi sarebbero invece pronti a lanciare una serie di attacchi contro le navi israeliane e americane e le attività di trasporto marittimo nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso. L’Iran avrebbe già chiuso lo stretto di Hormuz.

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Il ruolo di Hamas nella partita del Medio Oriente
E poi c’è Hamas che negli ultimi giorni sta procedendo al rinnovo dell’organizzazione, come quella Consiglio della Shura che elegge l’ufficio politico, che a sua volta individua il capo dell’organizzazione palestinese. Sullo sfondo, parendo però un’ipotesi estremamente remota, rimane un cambio di regime, con il popolo che si “prende” le istituzioni. Ma sembra molto difficile che un’eventuale alternativa politica o addirittura il figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi, possano mettere fine al regime che dal 1979 governa stabilmente la Repubblica islamica.