“Iran, il regime si è preparato alla morte di Khamenei. E agli Usa manca un piano”

Alessia Melcangi, analista esperta di Medio Oriente e docente alla Sapienza di Roma, l’eliminazione di Ali Khamenei può portare a una svolta del regime iraniano?

“Non è assolutamente detto che con l’uccisione del leader iraniano ci sia come conseguenza diretta un cambio di regime. La Repubblica islamica da tempo si è preparata al peggio anche su questo aspetto”.

Cosa significa?

“La Guida suprema Khamenei ha già fatto preparare un piano in caso di morte. Si parla di un nuovo sistema basato su un triumvirato composto da personalità politiche e non religiose. In sostanza una svolta di moderazione”.

Ali Khamenei
(FILES) Iran’s Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei adjusts his eyeglasses during a press conference after casting his ballot for the parliamentary runoff elections in Tehran on May 10, 2024. US President Donald Trump announced on February 28, 2026, that Iran’s supreme leader Ali Khamenei is confirmed dead. The United States and Israel launched strikes against Iran on February 28, with Israel’s public broadcaster reporting that the Iranian supreme leader had been targeted, as the Islamic republic retaliated with barrages of missiles at Gulf states and Israel. (Photo by ATTA KENARE / AFP)

Quindi non è detto che il regime crolli?

“Tra le ipotesi di un rovesciamento violento del governo della Rivoluzione islamica c’è anche quella di una presa del potere da parte di frange radicali più agguerrite. In Iran non può riproporsi ciò che è successo in Venezuela”.

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C’è anche l’ipotesi di un vuoto di potere dopo il cessate il fuoco.

“Questa possibilità non va sottovalutata. Non esiste un movimento politico interno strutturato e pronto a subentrare al regime. Gli Stati Uniti non hanno un piano per il dopo conflitto. In questa ottica abbiamo visto cosa è successo in Iraq e in Afghanistan senza una prospettiva futura”.

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Il figlio dello scià può essere un’ alternativa?

“Non credo. È una figura debole, voluta soprattutto dalla destra americana e da Israele e non ha mai messo piede in Iran”.

La trattativa delle settimane scorse è stata un diversivo visto il raid improvviso?

“È stata una specie di rappresentazione teatrale. I negoziati ci sono stati, eppure la diplomazia non aveva fornito rassicurazioni credibili ai vertici di Teheran. E quando Netanyahu ha incontrato Trump aveva già in mente di agire con un attacco a meno che l’Iran non avesse ceduto con una resa totale. Israele ha voluto fortemente questa operazione”.

Alessia Melcangi, analista esperta di Medio Oriente e docente alla Sapienza di Roma

Se l’Iran continua a reagire a colpi di missili sulle basi americane si rischia un allargamento del conflitto nell’area?

“Siamo già entrati in un conflitto regionale visti gli attacchi di Teheran a Dubai, Barhein e in altri siti. I Paesi del Golfo non volevano questa operazione che è ormai un conflitto aperto, ma non hanno potuto fare nulla di fronte alle pressioni di Trump e soprattutto di Netanyahu. Il rischio è che adesso Riyadh, Abu Dhabi e Doha siano costretti a reagire a loro volta”

I Paesi del Golfo non volevano questa operazione che è ormai un conflitto aperto

L’Europa rischia conseguenze indirette?

“Certo, la chiusura dello stretto di Hormuz, per esempio, può avere forti contraccolpi nelle esportazione di gas dal Qatar. Se non ci sarà un cessate il fuoco si va verso una guerra economica ed energetica con seri contraccolpi per l’economia dei Paesi europei e occidentali”.

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La questione nucleare con quest’ultimo attacco è risolta?

“Sembrava risolta anche dopo l’attacco del giugno 2025 ma gli iraniani hanno continuato nella produzione di uranio. È difficile avere una situazione chiara fino a che non si avrà la possibilità di verificare concretamente le conseguenze dell’operazione che gli Stati Uniti hanno battezzato Furia epica”.