Tel Aviv, 16 febbraio 2026 – L’annessione (di fatto) della Cisgiordania passa dagli immobili. Tel Aviv ha annunciato nuove misure unilaterali per rafforzare il controllo nella regione, facilitando l’insediamento ebraico in Cisgiordania attraverso l’abrogazione del divieto di vendita diretta dei terreni ai non palestinesi e la declassificazione dei registri catastali locali, rendendo così pubblici i nomi dei proprietari. Due mosse che esporranno i proprietari palestinesi – secondo chi si oppone alla normativa – alle pressioni delle società immobiliari e degli stessi coloni per spingerli a vendere i propri beni.
Israele, inoltre, ha previsto la cancellazione del “permesso di transazione” per concludere qualsiasi acquisto immobiliare, limitando così la supervisione volta a evitare abusi e frodi, fenomeno che non di rado riguarda la compravendita di immobili che i palestinesi non vogliono cedere. Una serie di decisioni che porranno le zone A e B della Cisgiordania – pari al 40% della regione – sotto il controllo delle Idf, limitando così la competenza dell’Autorità nazionale palestinese.
“Siamo di fronte ai primi passi – ha detto Francesca Maria Corrao, professoressa di History and culture of mediterranean countries alla Luiss – che potrebbero portare all’annessione dei territori, come si legge dalla stampa locale e internazionale. E questo sta avvenendo perché c’è una condizione internazionale poco disposta a pronunciarsi, diversamente dalle dichiarazioni di condanna da parte dei Paesi arabi e musulmani”.
Domenica scorsa, inoltre, Tel Aviv ha disposto l’apertura del processo di registrazione fondiaria in Cisgiordania, favorendo la conversione di alcune vaste aree – la cosiddetta area C sotto il pieno controllo militare di Israele – in terreni statali, disponibili per lo sviluppo del Paese. Una decisione che, secondo il segretariato generale della Lega araba, rappresenta un’escalation pericolosa e una violazione del diritto internazionale, nonché “il primo passo preliminare verso l’annessione del territorio palestinese occupato, consolidando la politica di insediamenti illegali e mettendo a repentaglio le prospettive di una pace giusta e duratura basata sulla soluzione a due Stati”.
Gli fanno eco le ong Peace now e Yesh Din che chiedono direttamente a Donald Trump di fermare il piano del governo Netanyahu. “Non credo che gli Stati Uniti – ha commentato Corrao – abbiano un interesse a fermare un partner importante come Israele, a meno che non si levino altre voci come quella dell’Unione europea e di altri soggetti internazionali. Serve indignarsi perché il rischio è che venga distrutto il diritto internazionale”.
Sempre Tel Aviv ha annunciato un accordo, siglato con il Consiglio regionale Benjamin della Cisgiordania, che prevederebbe la costruzione di quasi 2.800 unità abitative nella parte est di Gerusalemme, comportando un’espansione verso ovest dell’insediamento di Adam e una contiguità territoriale con il quartiere di Neve Yaakov.
“Il rischio è quello di invalidare – ha spiegato Corrao – tutti quegli importanti passi in avanti che erano stati fatti per normalizzare i rapporti tra Israele e Paesi arabi, favorendo una vita più pacifica anche per gli stessi israeliani. Adesso stiamo andando verso un’escalation di odio e violenze che non fa bene a nessuno”.