Quando l’Italia manca un Mondiale, il danno è prima di tutto sportivo e emotivo. Figuriamoci se si parla di un paese per quattro volte campione che non si qualifica per tre edizioni di fila. Un caso unico, mai accaduto.
Un dramma che non è solo sportivo, ambito per cui la parola drammatico è sempre eccessivo, ma che ha evidenti contraccolpi anche dal punto di vista editoriale e pubblicitario con un peso sostanziale su tutta l’economia del paese.
Un paese senza mondiale: di nuovo
Per il sistema televisivo italiano, l’assenza della Nazionale da USA, Canada e Messico 2026 produce conseguenze concrete, misurabili, che vanno ben al di là della delusione dei tifosi. Si perdono diritti, si perde pubblicità, si perdono format. E si perde qualcosa di più difficile da quantificare ma ugualmente reale: la capacità di costruire attorno a un grande evento sportivo un palinsesto coerente, capace di trainare ascolti per settimane.
Non è la prima volta che succede — la mancata qualificazione al Mondiale 2018 aveva già aperto questa ferita — ma ogni volta il conto si fa più salato, perché il mercato televisivo nel frattempo è cambiato, i budget si sono ridotti e la concorrenza delle piattaforme digitali ha reso ogni grande evento in chiaro ancora più prezioso di prima.
I diritti TV: chi li ha comprati e cosa succede ora
I diritti dei Mondiali 2026 in Italia erano stati acquisiti dalla RAI, che si era assicurata la trasmissione in chiaro dell’evento. Un investimento significativo, che nelle intenzioni originali doveva essere ripagato — almeno in parte — dall’effetto traino garantito dalla presenza della Nazionale azzurra.
Più partite dell’Italia tre nel girone di qualificazioni, cinque con le amichevoli di preparazione, addirittura otto nella speranza di arrivare al podio, significavano più partite di prima fascia, più ascolti garantiti, più valore per gli spazi pubblicitari venduti attorno alle gare. Un indotto sicuro con ascolti medi da record annuale. Oltre i 10 milioni di media, non meno.
Senza l’Italia al Mondiale, tifosi di seconda fila
Senza l’Italia, la RAI trasmetterà comunque il torneo, ma con una gerarchia degli eventi completamente diversa. Le partite più attese dal pubblico italiano — quelle con la maglia azzurra — non esistono più. Al loro posto, sfide tra squadre verso cui il tifoso medio italiano nutre un interesse più che tiepido. Gli ascolti ci saranno, perché il Mondiale resta il Mondiale, ma difficilmente raggiungeranno i picchi che una corsa dell’Italia fino alle fasi finali avrebbe garantito.
L’italiano farà il tifoso di seconda fila, magari per il calciatore straniero che milita nel proprio club, o cosa che accade sempre più spesso nella cultura sportiva del nostro paese, il tifoso contro. Sarà interessante vedere se e come la RAI deciderà di parcellizzare le 104 partite del Mondiale, il primo a 48 squadre.

La pubblicità: un mercato che si restringe
Il nesso tra presenza della Nazionale e raccolta pubblicitaria è diretto e documentato. Quando l’Italia gioca una partita dei Mondiali in prima serata, gli spazi attorno alla gara diventano tra i più ambiti dell’intero anno televisivo. Le aziende pagano premium per essere associate a quel momento, a quell’audience, a quella carica emotiva collettiva. Una semifinale o una finale con l’Italia in campo vale, in termini pubblicitari, quanto intere settimane di programmazione pubblicitaria ordinaria. Gli spot si pagano a peso d’oro.
Senza la Nazionale, quella leva sparisce. Gli inserzionisti ci sono ancora — il torneo mantiene comunque una propria attrattiva — ma le tariffe scendono, i pacchetti si ridimensionano, e la RAI si trova a dover vendere spazi pubblicitari attorno a partite che il pubblico italiano segue per interesse generico, non per passione identitaria. La differenza, in termini di raccolta, può essere nell’ordine di decine di milioni di euro su tutta la durata del torneo. Facile che molti inserzionisti decideranno di riposizionarsi sul mercato scegliendo altri eventi e altre fasce.
I format che non vedremo: l’indotto editoriale perduto
C’è un danno meno visibile ma altrettanto reale, che riguarda l’indotto di contenuti che un Mondiale con l’Italia genera automaticamente. Programmi di approfondimento dedicati alla Nazionale, speciali sul percorso degli azzurri, rubriche quotidiane di analisi tattica, interviste ai giocatori, dirette pre e post partita con opinionisti e ospiti. Tutto questo si gonfia naturalmente attorno alla presenza della squadra italiana, e altrettanto naturalmente si sgonfia in sua assenza.
Le reti che avevano pianificato palinsesti costruiti sull’onda lunga del torneo — con finestre dedicate, programmi satellite, spazi di commento — praticamente tutte le reti pay e in chiaro che hanno qualche interesse nel calcio, e tutte le concessionarie di pubblicità, dovranno rivedere i piani. Non si tratta solo di cambiare qualche titolo o di rintuzzare il palinsesto: si tratta di ripensare settimane di programmazione che erano state pensate con un protagonista preciso. Quel protagonista non c’è più. La RAI per ogni partita avrebbe dovuto produrre non meno di tre ore di contenuti tra focus, highlight, interviste e rubriche. Tutto spazzato via.
Anche la stampa sportiva televisiva, i canali tematici, i programmi di approfondimento che vivono nell’orbita degli eventi calcistici subiscono lo stesso effetto. Meno partite da commentare, meno storie da raccontare, meno ragioni per tenere alta l’attenzione del pubblico italiano per tutta la durata del torneo.
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Lo sponsor e il territorio: chi perde oltre la TV
L’effetto si propaga anche fuori dagli schermi. Gli sponsor che legano le proprie campagne alla Nazionale — dai grandi marchi dell’abbigliamento sportivo alle aziende che costruiscono comunicazioni emotive attorno ai colori azzurri — si trovano senza il loro veicolo principale. Le campagne vengono ridimensionate o spostate su altri momenti dell’anno. L’indotto che ruota attorno a un Mondiale con l’Italia — merchandising, eventi, attivazioni territoriali, campagne integrate — si riduce drasticamente. Da domani probabilmente le magliette dell’Italia uscita dal Mondiale saranno in saldo: e molte resteranno invendute.
Anche per la televisione italiana, questo si traduce in minori investimenti da parte di quei brand che avrebbero comprato spazi proprio per cavalcare la visibilità della Nazionale. Un circolo che si chiude su se stesso: meno Italia, meno interesse, meno pubblicità, meno risorse per produrre contenuti di qualità attorno all’evento.

Il problema vero: la TV perde un’occasione che non si recupera
I Mondiali si giocano ogni quattro anni. Ogni edizione è un appuntamento irripetibile, una finestra temporale precisa in cui il calcio — e con esso la televisione — torna al centro dell’attenzione collettiva in modo quasi automatico. Perdere quell’appuntamento senza la Nazionale non è un danno che si ammortizza nel tempo: è un’occasione bruciata, un trimestre di potenziale straordinario che diventa programmazione ordinaria.
Per la RAI, ma anche per Mediaset e SKY, così come per tutto il sistema televisivo italiano, la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali 2026 non è solo una notizia sportiva. È un problema editoriale, economico e strategico che si rifletterà sui bilanci, sui palinsesti e sulla capacità di attrarre investimenti per i mesi a venire. Il campo ha già emesso il suo verdetto. Adesso tocca alla televisione fare i conti.