La crisi in Medio Oriente e il rapporto fra i due leader: “È Netanyahu che decide”. Spannaus: Trump a ruota

Roma, 10 aprile 2026 – Un presidente in balìa di Netanyahu e del suo cerchio magico. Andrew Spannaus, giornalista e analista americano, spiega perché Trump è condizionato dal rapporto con Israele.

Quanto pesa il rapporto con Netanyahu nelle scelte del presidente Usa?

“Moltissimo. In un incontro alla Casa Bianca Netanyahu ha convinto Trump che bombardare l’Iran e colpire il vertice del regime avrebbe potuto provocare una rivolta interna. L’idea era che un’azione militare forte potesse innescare un cambio di regime in tempi rapidi. Diversi esponenti americani, tra cui Marco Rubio, consideravano questa lettura sbagliata, ma Trump ha deciso di crederci”.

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Come mai?

“Grazie alla pressione combinata di Netanyahu e di alcuni suoi alleati negli Stati Uniti, come Lindsey Graham, ha avuto un impatto diretto. Ancora una volta Trump si è mostrato sensibile a questo tipo di influenza, soprattutto quando viene incorniciata come un’occasione per ottenere un risultato rapido e spettacolare”.

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Chi, negli Stati Uniti, ha sostenuto l’ipotesi di guerra contro l’Iran?

“Si tratta di un blocco eterogeneo. Da una parte ci sono gli ex neoconservatori, che da decenni puntano al cambio di regime a Teheran. Dall’altra alcune figure legate all’approccio ’America First’, che vedono nell’uso della forza uno strumento per riaffermare il potere americano. A questi si aggiungono interessi più pragmatici e personali, legati anche alla cerchia familiare di Trump, come nel caso di Jared Kushner, con una forte attenzione alle opportunità economiche in Medio Oriente”.

Rimane il fatto che Trump a Netanyahu le ha sempre date tutte vinte, dall’ambasciata a Gerusalemme al permettergli il massacro a Gaza. È tutta influenza subita o c’è una strategia più ampia?

“Ci sono due livelli che si intrecciano. Il primo è personale e politico: Trump ha costruito nel tempo una relazione molto stretta con Netanyahu e ha scelto più volte di assecondarne gli obiettivi. Attorno a lui ci sono figure che condividono una visione fortemente filo-israeliana e che spingono in questa direzione. Il secondo livello è strutturale: negli apparati militari e di intelligence americani esiste da anni una forte diffidenza verso l’Iran. Anche dopo l’accordo sul nucleare dell’era Obama, non si è mai creata una vera fiducia. Per questo motivo l’idea di colpire Teheran resta sempre sul tavolo. La convergenza tra queste due dinamiche, personale e strategica, spiega perché Israele abbia avuto ampi margini di manovra”.

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Trump ha mai cercato di contenere Netanyahu o di imporgli dei limiti?

“In alcuni momenti sì. Trump ogni tanto si innervosisce e si rende conto che Netanyahu può spingersi troppo oltre. Netanyahu continua spesso a muoversi in autonomia, anche dopo annunci ufficiali. Fissa la rotta e conta di portare la Casa Bianca con lui, rendendo i tentativi di contenimento piuttosto deboli. Questo significa che periodicamente Netanyahu riesce a trascinare Trump nella sua direzione. Il presidente americano dovrebbe a mio avviso essere imbarazzato da questa debolezza; speriamo abbia uno scatto d’orgoglio”.

Ma secondo lei se ne rende conto?

“Non credo che ne sia pienamente consapevole. Trump pensa di seguire una propria linea strategica e di utilizzare Netanyahu per raggiungere determinati obiettivi. Tuttavia, osservando dall’esterno, emerge che il leader israeliano ha una capacità di determinare la direzione generale. Il rapporto appare sbilanciato e questa asimmetria finisce per incidere sulle decisioni americane”.