Roma, 23 marzo 2026 – Delusione per la vittoria del ‘no’. Nessun commento ufficiale. Ma a chi ha avuto modo di sentire dopo il risultato del referendum la presidente di Fininvest, Marina Berlusconi, avrebbe espresso il suo rammarico per la mancata affermazione del sì alla riforma della giustizia voluta dal padre, Silvio Berlusconi, fondatore del centrodestra. Nel weekend la primogenita del Cav aveva avuto sentore di una rimonta dei ‘no’ ma la bocciatura della riforma, raccontano fonti parlamentari della maggioranza, non implica nessuna responsabilità nei confronti di Forza Italia e del suo segretario nazionale, Antonio Tajani, che si è impegnato in prima persona e ha fatto tutto il possibile per il sì. Niente ‘processi’ a Fi, dunque, da parte della famiglia Berlusconi, ma solo delusione per un’occasione mancata. L’auspicio, riferiscono gli stessi ambienti parlamentari del centrodestra, è che la battaglia per una giustizia giusta non si fermi qui e vada avanti. Tajani nella sua nota di analisi del voto ha puntualizzato: ”La riforma della giustizia rimane un tema sul tavolo, e non rinunceremo mai ad occuparcene”.

Da Marina a Pier Silvio, nei mesi scorsi i figli del Cavaliere si erano spesi per il sì, convinti che la riforma della giustizia fosse “un”occasione” per rafforzare “un’Italia civile democratica e moderna”. Marina l’aveva ribadito domenica, uscendo dal seggio a Milano. E lì, incalzata dai cronisti, si era spinta a dire che avrebbe aspettato ieri per dedicare al padre il risultato del voto, cioè a “quando si sapranno gli esiti”. Insomma, la vittoria sembrava possibile. Poche ore dopo e a urne chiuse, invece, la scelta è il silenzio. Tra i vertici, si espongono solo i leader di partito. “Il popolo sovrano si è espresso e noi ci inchiniamo alla sua volontà – è stata la premessa di Antonio Tajani riconoscendo l'”alto grado di partecipazione”, segno di “una grande prova di democrazia”, e parallelamente la consapevolezza che “abbiamo fatto tutto il possibile”.
Parole che il segretario di Forza Italia dosa in una nota scritta, seppur atteso nella sala Colletti a Montecitorio, dove il partito ha dato appuntamento alla stampa. Telegrafico Salvini: “Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione”, ha scritto il leader della Lega da Budapest dove è andato a sostenere l’amico Orban.
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Ma nella coalizione la ferita brucia soprattutto per FI. Conta il suo dna e la storica lotta alla malagiustizia, che l’ha spinto a spendersi più degli altri alleati. Tajani lo rimarca non a caso: “Noi abbiamo fatto tutto il possibile per far comprendere l’importanza di una riforma che avrebbe reso la giustizia più equa e l’Italia più libera”, sottolinea. Tant’è che ringrazia volontari, militanti e dirigenti azzurri per “un impegno civico di straordinario valore”.
Tuttavia a bassa voce tra gli azzurri serpeggiano malumori e critiche. Pesa quel 18% di elettori azzurri che – secondo il consorzio Opinio – ha votato per il no e pesa il mancato voto dei giovani. “E’ evidente che abbiamo sbagliato qualcosa e che questo è un cartellino giallo – denuncia un forzista di lungo corso – E’ un avvertimento che qualcosa va cambiato” per sostenere un leadership che ha mostrato qualche affanno. Nonostante il grande impegno al nord – si ragiona in alcuni settori del partito – pochi sono stati i frutti raccolti al sud. Nel mirino c’è la Sicilia dove il no ha trionfato col 60% nonostante abbia il governatore di FI e il sindaco di Palermo. Scetticismo pure sulla Campania e in parte la Calabria. Domina l’idea che probabilmente si aprirà una questione Sud, mentre al nord impensierisce il Piemonte di Alberto Cirio dove il si arriva al 46,5 per cento contro il 53,5 degli avversari.
Giorgio Mulè lo fa intendere: “Io guardo a casa mia e guardo anche a quello che poteva essere fatto meglio” e sulla Sicilia aggiunge: “Quella è una sentinella dal punto di vista politico visto che lì si vota tra un anno”. Il vicepresidente della Camera però assicura che non ci sarà “nessun processo o critiche agli amici della maggioranza, non avrebbero nessun senso”. Eppure tra forzisti e leghisti il dito è puntato contro i meloniani e in particolare le dichiarazioni a volte considerate sopra le righe del ministro Carlo Nordio e della sua capo di gabinetto Giusi Bortolozzi. Fino agli ultimi rumors sul sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro. Esulta solo la Lega per aver incassato i risultati migliori nelle regioni del nord amministrate dai ‘suoi’, dal Veneto al Friuli Venezia Giulia.