New York, 5 aprile 2026 – Una responsabile europea su una portaerei cinese per spedire nello spazio un americano, una russa e un cinese a tempo di record: per chi va a vedere Project Hail Mary al cinema, la cooperazione internazionale in una missione spaziale sembra quasi facile. La realtà è molto diversa. La missione Artemis II, in questo momento a oltre metà del suo viaggio dalla Terra alla Luna, è parte di una nuova corsa allo spazio, il cui peso geopolitico è ancora più rilevante rispetto a quella degli anni Sessanta.
Orion lascia l’orbita terrestre: “Umanità dimostra di cosa è capace”
Se gli astronauti americani delle missioni Apollo avevano come unico obiettivo raggiungere la Luna prima dei rivali cosmonauti sovietici, per Artemis si tratta invece non solo di arrivare, e di riuscirci prima dei cinesi (“taikonauts”, nei media occidentali, con un ibrido tra mandarino e greco che la Cina non utilizza), ma poi soprattutto di rimanere e costruire. E, quindi, controllare. L’obiettivo è il Polo Sud lunare, con le sue riserve di ghiaccio, che potrebbe diventare acqua potabile, e di elio-3, che potrebbe diventare combustibile per la fusione nucleare. Territorio e risorse, indispensabili per qualsiasi progetto di esplorazione spaziale.
Quanto costa davvero tornare sulla Luna: facciamo i conti (astronomici) in tasca ad Artemis 2
I due schieramenti contrapposti sono diversi da quelli di cinquant’anni fa. Da una parte gli Accordi Artemis, disegnati intorno alla Nasa che adesso a supporto ha anche una serie di imprese private, da SpaceX a Blue Origin. Ne fa parte anche l’Italia, che ha fornito i pannelli fotovoltaici in questo momento in volo, e dovrebbe progettare (Alenia, a Torino) il primo modulo abitativo permanente da installare sulla luna, e probabilmente fornire anche uno degli astronauti. Nel contesto di relativa subalternità europea, in questa corsa allo spazio, non è poco.
Dall’altro il piano ILRS, Cina in testa e Russia soltanto socio di minoranza: è un programma molto avanzato, al punto da aver reso gli allunaggi robotici quasi una routine, negli ultimi dieci anni, ma avrebbe bisogno di ulteriori alleati di peso, pronti a sfidare gli Stati Uniti e la legge che proibisce alla Nasa qualsiasi cooperazione bilaterale con la Cina. Chi collabora troppo con Pechino, insomma, rischia di restare fuori da Artemis.
I riflessi a Terra sono facili da immaginare: se la lingua dello spazio, e della frontiera tecnologica, diventasse il mandarino, sarebbe difficile per gli Stati Uniti tirarsi fuori da una posizione di subalternità, con ovvie conseguenze anche terrestri. Sia Artemis che ILRS hanno in programma un allunaggio umano entro il 2030. In questo momento, è in volo Artemis; ad agosto è previsto il lancio di Chang’e 7, che porterà una ventina di strumenti robotici avanzati (uno dei quali è un laser italiano) in prossimità del polo sud lunare.
Nell’immaginario hollywoodiano, la cosmonauta russa avvinazzata e il disciplinato taikonauta soccombono alle difficoltà della missione e tocca naturalmente all’americano salvare il mondo (e pazienza che l’attore, Ryan Gosling, sia canadese come uno degli astronauti di Artemis II). La partita della realtà, invece, è ancora aperta.