La pace in bilico: il mondo instabile si specchia nei Giochi

Roma, 8 febbraio 2026 –  Le Olimpiadi sono ancora, sono mai state, un luogo di pace? A fare oggi questa domanda, così densa di portata simbolica, così carica di aspettativa morale, si rischia certamente di passare per degli ingenui. Il mondo racconta tutt’altro: la pace arretra sistematicamente. Ovunque. E anche i Giochi smettono di incarnare soltanto un evento sportivo, tornano a essere ciò che sono sempre stati, in fondo, nei momenti di passaggio della storia: uno specchio. Non tanto di ciò che vorremmo essere, quanto di ciò che siamo diventati.

Dunque, riformuliamo la domanda: che tipo di pace siamo in grado di immaginare in un mondo che vive in stato di allerta permanente? Una pace piena e condivisa, o una pace minima, vigilata, che convive con la paura?

C’è una soglia oltre la quale lo sport smette di potersi raccontare come uno spazio separato. È la soglia tra un’idea rassicurante di neutralità e un terreno più esposto, attraversato dalle tensioni del presente, in cui parole per lungo tempo compatibili iniziano a urtarsi e a contendersi lo spazio pubblico: la pace, evocata come orizzonte comune, si misura con l’urgenza della sicurezza; lo spirito olimpico, fondato sull’incontro e sulla sospensione dei conflitti, si confronta con la necessità della sorveglianza; l’accoglienza, valore fondativo dei Giochi, viene progressivamente bilanciata dal controllo. È il riflesso di un mondo che fatica a tenere insieme apertura e protezione, fiducia e paura.

I grandi eventi sportivi hanno sempre provato a costruirsi attorno una bolla, un tempo sospeso separato dal resto del mondo. Ma quella bolla, lo sappiamo, è permeabile. Così anche Milano-Cortina, per due settimane, sarà uno spazio di proiezione: dell’Artico conteso, del Nord America polarizzato, del Medio Oriente in fiamme, dell’Europa orientale in guerra.

Lo si vede in modo plastico proprio lì dove le regole dovrebbero essere più semplici: il villaggio olimpico sembra disegnato non solo per ospitare, ma per prevenire: incontri, frizioni, parole fuori posto. Per garantire la pace simbolica dei Giochi, si moltiplicano le misure di controllo. Per difendere lo spirito olimpico, lo si circoscrive.

La disposizione degli alloggi non è casuale, diventa una mappa delle tensioni del mondo. La palazzina che ospita la federazione danese è tenuta lontana da quella statunitense. Nessun incontro fortuito, nessuna conversazione davanti a una macchinetta del caffè. Meglio evitare che il ghiaccio diventi il pretesto per parlare di Groenlandia, mentre Francia e Canada aprono consolati a Nuuk per contrastare le mire americane sull’Artico. Qui la pace passa per la distanza fisica, non per il dialogo.

Ancora più evidente è il caso della delegazione israeliana. I nove atleti presenti non alloggiano nel villaggio olimpico. Per “ragioni di sicurezza” — formula diventata ormai una clausola universale — sono stati sistemati altrove. È una misura prudenziale, ma è anche il segno di un isolamento che racconta molto: la guerra entra nei Giochi sotto forma di assenze, percorsi separati, vite che non si incrociano. La convivenza olimpica, che dovrebbe esserne il cuore simbolico, si frantuma.

Lo stesso accade nelle gare, soprattutto in quelle dove la rivalità è storicamente carica di significato. L’hockey su ghiaccio è l’esempio più evidente. Stati Uniti e Canada si affrontano in una partita che sulla carta vale il turno preliminare, ma che nessuno finge sia “solo sport”, in un Nord America attraversato da tensioni politiche e identitarie.

Anche la presenza russa, ridotta formalmente a tredici atleti “neutrali”, mostra l’ambiguità del sistema. In teoria gareggiano senza bandiera. In pratica, un Paese intero fa il tifo per loro, mentre gli ucraini denunciano il rischio di una normalizzazione che assomiglia a una resa, una stanchezza umana, politica e morale verso la guerra.

In questa nostra epoca iperconnessa e ferita, persino una parola innocua come ice non è più neutra. Il ghiaccio, materia prima dell’Olimpiade invernale, è anche l’acronimo di un’agenzia federale americana che evoca frontiere, arresti, sparatorie. Non stupisce allora che la Ice House degli atleti statunitensi sia diventata Winter House. È autodifesa simbolica. Il segno di una sensibilità che non può più permettersi scivolate ingenue.

Milano-Cortina, in fondo, ci racconta proprio questo, non la fine dell’ideale olimpico, ma la sua trasformazione. La pace non è più un orizzonte scontato. È un equilibrio instabile, da negoziare ogni giorno, parola per parola, gesto per gesto. Anche — e forse soprattutto — quando tutto intorno è ghiaccio.