“La privacy è come la libertà di parola”: il manager filosofo che guida le telecamere intelligenti di Axis in Europa

Nel 1996 Axis ha lanciato sul mercato la prima telecamera di rete IP, creando di fatto il mercato della videosorveglianza digitale e aprendo una trasformazione che oggi riguarda città, aeroporti, hotel, porti e industrie.

L’azienda, nata in Svezia e dal 2015 parte del gruppo Canon ma ancora “indipendente” con headquarter a Lund, rivendica la leadership in un settore che è ormai “sostanzialmente tutto digitale”, con il 99% delle telecamere analogiche rimpiazzate da soluzioni IP.​

“Siamo un’azienda condannata ad avere a che fare con le novità tecnologiche», racconta Matteo Scomegna, regional director Southern Europe di Axis Communications ai microfoni di Money Vibez Stories, spiegando come l’innovazione non riguardi più solo il video ma anche audio e controllo accessi.​

Dalle immagini ai dati: la telecamera diventa “intelligente”

La nuova videosorveglianza non si limita più a registrare immagini, ma produce metadati e insight operativi. “La telecamera evoluta non è più un oggetto stupido che registra delle immagini, ma è diventata un oggetto intelligente», sottolinea Scomegna. Questi flussi di dati permettono di monitorare le persone in un negozio, i veicoli nel traffico urbano, le merci in un processo industriale, ottimizzando mobilità e produttività senza bisogno di identificare i volti.​

Quando l’obiettivo è la sicurezza “in senso proprio”, il riconoscimento delle persone resta possibile, ma è solo una parte di un ecosistema che oggi include anche il monitoraggio ambientale: “La telecamera ci dice se ci sono pericoli di incendi o di inondazioni, anticipando il potenziale pericolo” invece di limitarsi a registrare ciò che è già accaduto.​

Privacy come diritto fondamentale, non come optional

La crescita della videosorveglianza mette al centro il tema della privacy, che Scomegna rifiuta di considerare un prezzo da pagare in cambio della sicurezza. “Sentire dire ‘a me della privacy non interessa perché non ho nulla da nascondere’ è sbagliato: sarebbe come dire che non mi interessa la libertà di parola perché non ho nulla da dire”, afferma, equiparando il diritto alla riservatezza alle libertà fondamentali di espressione e di stampa.​

Axis lavora all’interno di un quadro regolatorio articolato: il GDPR a livello europeo e, in Italia, le linee guida del Garante su cartellonistica, durata delle registrazioni, posizionamento delle telecamere e trasparenza verso i cittadini. “La privacy è fondamentale e noi ce ne occupiamo sempre”, aggiunge, ricordando che i produttori devono agire anche come consulenti verso l’utente finale, che è poi il responsabile ultimo degli impianti.​

Cybersecurity: le telecamere come porta d’ingresso alle reti critiche

Se ogni dispositivo connesso è un potenziale punto debole, le telecamere non fanno eccezione. “La telecamera, come altri oggetti sulle reti, è vulnerabile: tutto è vulnerabile”, ammette Scomegna, legando il tema della sicurezza fisica a quello della cybersecurity. Le nuove direttive europee NIS2 e CER impongono obblighi stringenti alle ‘entità essenziali’ – dai produttori di energia ad acqua, cibo, ospedali e carceri – che devono mappare i propri sistemi, creare team dedicati e introdurre nuove figure come il Cyber Information Security Officer.​

In questo contesto le telecamere Axis vengono progettate per essere conformi ai requisiti tecnici e normativi richiesti, mentre team dedicati girano il mercato per “spiegare ed educare” sui rischi della cyber sicurezza. Scomegna cita Milano come esempio di transizione in atto: “È bello vedere una graduale sostituzione della tecnologia analogica con quella digitale, e anche di quella digitale non conforme con sistemi aggiornati agli ultimi protocolli di cybersecurity”.​

Mille telecamere (quasi invisibili) sulla Tour Eiffel

Tra i progetti più complessi, Scomegna cita senza esitazioni la Tour Eiffel a Parigi: “Ci sono quasi 1000 telecamere, ma non si vedono perché sono state ridipinte per mimetizzarsi”. La difficoltà non è solo estetica: per installare o sostituire i dispositivi è necessario chiamare alpinisti professionisti, con corde e imbragature, senza mai interrompere il flusso costante di turisti sulla struttura.​

È un caso emblematico di come la videosorveglianza digitale si sia integrata nelle icone urbane senza diventare invasiva alla vista, pur garantendo controllo, sicurezza e conformità alle nuove logiche di cyber‑protezione.​

Gestire Sud Europa, Mediterraneo e Medio Oriente

Nel suo ruolo Scomegna coordina un’area che va dall’Italia alla Francia, dalla Spagna al Portogallo fino a Israele, Algeria, Tunisia e Marocco, con culture della sicurezza e sensibilità al rischio molto diverse. “È complicato, ma stimolante e divertente”, racconta, osservando come in Israele la percezione del tema sicurezza sia “ben sentita” rispetto ad altri mercati come il Portogallo, dove resta importante ma più sfumata.​

La sponda nord, quella svedese, porta in azienda una cultura organizzativa fatta di apertura, tolleranza, ascolto e attenzione alla crescita personale: “Sono aziende che tendono a essere un po’ più lente quando devono prendere decisioni, ma tutte le decisioni vengono prese con lungimiranza e molta attenzione”.​

Da filosofo a manager tech: una carriera non lineare

Il percorso di Scomegna non nasce dalla tecnologia, ma dalla filosofia. “Ho studiato filosofia a Torino e poi un dottorato a Lucca, spostandomi su politica ed economia”, racconta. L’ingresso in Axis arriva quasi per caso, quando un amico, country manager Italia di una piccola realtà allora da 400‑500 persone nel mondo, gli chiede una mano per scrivere articoli e relazionarsi con i clienti.​

Da quel punto la scelta diventa netta: continuare la carriera accademica o abbracciare una multinazionale in forte crescita. “Mi sono innamorato subito dei valori aziendali e del mercato, molto dinamico”, dice oggi, rivendicando la scelta come “giusta” in un’azienda che in vent’anni è diventata dieci volte più grande, con target ambiziosi per i prossimi anni.​

Lauree umanistiche, velocità di pensiero e capacità di imparare

L’elemento più insolito del profilo di Scomegna è proprio la formazione umanistica, oggi rivalutata nel management. “Penso che la cultura umanistica mi abbia dato le caratteristiche peculiari della mia leadership: velocità di pensiero, adattabilità e flessibilità”, spiega, collegando l’“esercizio mentale” degli anni di studio alla capacità di affrontare mercati in rapido cambiamento.​

Quando si cercano nuovi talenti, prosegue, il focus non è più sulla competenza tecnica specifica – destinata a diventare rapidamente obsoleta – ma sulla “capacità di imparare, di essere flessibili, di adattarsi”. E chiosa con un sorriso a favore degli umanisti: “Penso di sì, diciamola così”, all’idea che un filosofo di spessore possa guidare con successo un business tecnologico.​

Bandierine tibetane, conflitti e leadership “pacificante”

Sul muro del suo ufficio, accanto alle foto dei team, non ci sono solo telecamere: c’è anche un filo di bandierine tibetane di preghiera. Matteo è appassionato di montagna, trekking, Nepal e India e vede in quel simbolo un manifesto personale: “Sono un simbolo di pace, compassione e saggezza… vengono appese in cima alle vette perché il vento possa portare questo messaggio di pace a tutti”.​

Le bandierine, che scolorendo vengono sostituite, gli ricordano anche la necessità di accettare il cambiamento: “Per i tibetani bisogna accettare la morte e dare il benvenuto al nuovo”, un messaggio che considera “importante soprattutto in questo periodo”. Da qui l’idea che i leader debbano essere “ambasciatori” di tolleranza, dialogo e confronto: “L’innalzamento di muri, fisici e mentali, non porta a cooperazione… abbiamo un ruolo nobile perché possiamo impattare la vita privata delle persone attraverso motivazione e riconoscimento”.​

Il valore del team: da Maiorca al club dei 100 milioni

Tra gli oggetti simbolo portati in studio Matteo sceglie una fotografia di una serata “tropical” a Maiorca, festa di un anno particolarmente importante per il Sud Europa di Axis. “È stato bello portare tutto il team a trascorrere tre o quattro giorni insieme, con formazione ma soprattutto celebrazione”, ricorda, spiegando che quell’anno la regione è entrata nel “club dei 100 milioni di euro di fatturato”, obiettivo fissato nel 2015.​

Per lui quella foto rappresenta “un percorso fatto, un traguardo ma anche le relazioni costruite negli anni”, tanto da tenerla sempre in vista nel suo ufficio. È la stessa logica che lo porta a mantenere un contatto diretto con installatori, partner e clienti, anche grazie a un experience center dove mostra le tecnologie.​
 

Smart working, viaggi e “work‑life harmony”

Nella gestione quotidiana del tempo, Matteo alterna viaggi e lavoro da ufficio, provando a tenere in equilibrio tecnologia e presenza fisica. Oggi viaggia almeno una settimana al mese – con picchi di due o tre trasferte – ma dopo la pandemia i movimenti si sono ridotti, grazie agli strumenti digitali che permettono di lavorare da remoto.​

Il contatto faccia a faccia resta però irrinunciabile: «Quello che si crea in ufficio difficilmente si può creare in una video call”, osserva, spiegando l’obiettivo di rendere l’ufficio “non obbligatorio ma stimolante”, un luogo dove le persone vogliono tornare. Da qui la sua battaglia personale contro lo stereotipo del manager sempre occupato: promuove pause e momenti di decompressione in agenda, rivendicando un modello di ““work‑life harmony”” più che di semplice bilanciamento.​

Routine, famiglia e ultima mail della sera

La giornata di Matteo comincia intorno alle 6:30 con un bicchiere d’acqua calda e limone, rito mutuato dal tennista Novak Djokovic, seguito – quando possibile – da una seduta in palestra prima di entrare in ufficio verso le 9. L’obiettivo è semplice: evitare il traffico e guadagnare tempo da dedicare alla famiglia la sera, convincendosi che “si possa gestire il tempo in modo da essere a casa a un orario decente per cena”.​
 

Resta più difficile, ammette, chiudere del tutto con mail, messaggi e chiamate: “È un po’ più difficile non guardare l’ultima mail”, ma un ambiente aziendale impostato sul rispetto dei tempi extra‑lavorativi riduce la pressione fuori orario.