Niscemi (Caltanissetta), 14 febbraio 2026 – Sfollati. Perdere tutto e salvarsi la vita ma sentirsi sempre sull’orlo di un precipizio, “sradicati, è un sentimento forte, interiore. Non è soltanto una frana, è crollato un pezzo di storia”. Cronache da Niscemi (Caltanissetta), che dal 25 gennaio è risprofondata nell’incubo del 97, a dare voce al dramma è Sergio Cirrone, 27 anni e due lauree, “una in Lettere, l’altra in Linguistica moderna, sono un aspirante professore disoccupato”. All’11 febbraio erano 1.539 gli sfollati per la Protezione civile.
A Niscemi poteva essere una strage: ora salviamo la sua identità
“Ho perso la casa, mi sento sradicato”
“La mia casa si trova proprio nella zona nera, così l’hanno chiamata – racconta al telefono Sergio Cirrone -. Ed è stata la seconda a crollare dopo quella dei ragazzi della pizzeria. È crollata per metà, la parte integra è visibile da via Garibaldi, è sull’orlo del precipizio. Si vede che è sventrata. Per fortuna avevamo una piccola casetta in campagna che utilizzavamo come residenza estiva, al momento ci siamo sistemati lì”. Visto da fuori il dramma di Niscemi è miracoloso, perché non ci sono state vittime. Sergio Cirrone ripete a se stesso “che quella zona lì è frequentatissima da giovanissimi, da centinaia di ragazzi che il sabato sera si radunavano proprio dove è venuto giù tutto per passare le serate”.
Il balcone è stato la nostra salvezza
Bisogna tornare a quelle ore concitate, “eravamo in casa, c’erano anche la mia ragazza e mia nonna, eravamo in cinque”, ripensa Sergio. C’è un momento preciso, racconta, che ha salvato la vita a tutti. È stato quando si sono affacciati al balcone. E di colpo quella terrazza sui Campi Geloi di Virgilio ha restituito la cruda realtà: c’era una crepa mai vista prima, minacciosa anche se ancora piccola. “Giusto il tempo di scendere per capire che cosa stesse accadendo, in pochi minuti è cominciato a crollare tutto – riprende il racconto -. Ci siamo salvati per miracolo. Abbiamo visto il terreno sprofondare davanti ai nostri occhi, centimetro su centimetro, la casa dei nostri vicini aprirsi a metà, scivolare lentamente con l’auto parcheggiata. In quel momento abbiamo deciso di provare a salire su per recuperare qualcosa ma non siamo riusciti a prendere niente perché mio padre ha visto che sulla scala c’era una crepa. Abbiamo preferito salvarci la vita”.
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Cosa serve adesso a Niscemi
I ricordi sono sempre lì, custoditi nel pezzo di casa in bilico, “mia mamma è uscita in pigiama, abbiamo comprato tutto, persino la biancheria intima”. Dalla grande bellezza alla rovina. Prova rabbia verso qualcuno? Le parole sono pronunciate con calma: “In questo momento non voglio essere polemico, voglio credere che la politica faccia la sua parte, che lo Stato faccia sentire la sua presenza e risolva il problema. Anche se non nascondo l’amarezza, c’erano risorse che non sono state utilizzate”.
L’amarezza e l’orgoglio
Insiste: “Mi lasci dire, noi viviamo uno sradicamento, a franare è stata proprio la parte del centro storico. Se non si fa qualcosa subito, non rimarrà nulla, usanze e tradizioni. Sentiamo che la nostra identità stessa di niscenesi è in pericolo. Certamente c’è rabbia, ma adesso dobbiamo credere che lo Stato possa fare qualcosa per risolvere il problema. Ma ovviamente non è stata colpa della natura. Poteva accadere ma in dimensioni minori, se si fosse mitigato il rischio, se si fossero fatte opere di consolidamento e rimboschimento. Nel 95, prima della frana del 97, vennero tolti tutti gli alberi, gli olmi, per fare una terrazza, una specie di belvedere. Non sono un esperto ma alle elementari mi hanno insegnato che gli alberi proteggono il terreno. E nemmeno è stata fatta la canalizzazione delle acque bianche e nere. La procura sta facendo le sue indagini, noi abbiamo il diritto e anche il dovere di sapere se qualcuno ha delle responsabilità”.