L’America Latina si spacca: Colombia e Brasile contro Trump. Ma il presidente argentino Milei: “Difesa la libertà”

Carcas, 4 gennaio 2026 – Il ‘Cartel de los Soles citato da Trump, in Venezuela, non esiste. O meglio questo cartello esiste come battuta giornalistica, fin dagli anni Novanta, come critica alla collusione col traffico di droga di una parte dell’esercito: perché i generali venezuelani, invece delle stelle, sulle spalline portano dei piccoli soli.

Però esiste a New York, per lo meno nei documenti del Southern District che accusano Nicolas Maduro di narcotraffico. Preparando la strada all’operazione militare che lo ha catturato nella notte di sabato 3 gennaio, con modalità che ricordano da vicino la cattura del dittatore Manuel Noriega a Panama il 3 gennaio del 1990, 36 anni fa.

Che il traffico di droga non sia la ragione dominante, nonostante l’atto d’accusa faccia riferimento esplicito a “tonnellate di cocaina”, è abbastanza trasparente dalle dichiarazioni dello stesso Donald Trump: “governeremo noi il paese”, per il momento. A tutte le domande sulla durata, sui costi e sui modi dell’intervento americano in Venezuela la risposta è sempre la stessa: se ne occuperanno le multinazionali del petrolio, e gli Stati Uniti “si rimborseranno” e “faranno un sacco di soldi”.

Torna la dottrina Monroe

È il ritorno spudorato dell’ottocentesca dottrina Monroe, “trascurata per anni” secondo Trump: il predominio degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. America First significa anche quello. Dal punto di vista degli altri paesi del continente, però, il corollario recita che l’America sono gli Stati Uniti e niente più, “noi abitiamo, al massimo, una sub-America, un’America di seconda classe” come scriveva Eduardo Galeano (“Le vene aperte dell’America Latina”, 1971).

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Le reazioni (diverse) dei presidenti latinoamericani

Le reazioni dei capi di stato e di governo latinoamericani si dividono nettamente in due campi, ideologicamente omogenei: appoggio pieno all’intervento americano da parte dell’Argentina di Javier Milei (“difesa la libertà”), del neoeletto presidente cileno Kast, oltre che dei governi di Panama, Paraguay ed Ecuador; arrivano invece dure parole di condanna da Cuba, naturalmente (il governo cubano aveva fornito gli agenti del corpo di guardia personale di Maduro e perderà immediatamente l’accesso al petrolio venezuelano, come ha confermato il Segretario di Stato americano Marco Rubio), dal presidente colombiano Gustavo Petro (di cui Trump ha affermato in conferenza stampa “ha delle fabbriche di cocaina, è meglio che si guardi le spalle”) e soprattutto dal brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che definisce “inaccettabile” l’operazione, e dal governo messicano di Claudia Sheinbaum (“bisognerà fare qualcosa anche per il Messico”, minaccia Trump).

A metà strada solo il Perù, che ricorda l’importanza del diritto internazionale ma allo stesso tempo condanna il regime di Maduro: d’altra parte, l’attuale presidente Jerí, l’ottavo in sette anni, sta cercando di tenere in piedi una coalizione tutto sommato centrista.

Soldato colombiano al confine col Venezuela
TOPSHOT – A Colombian soldier deployed in Cucuta, stands guard at the border crossing with neighbouring Venezuela, on January 3, 2026, after US forces captured Venezuelan leader Nicolas Maduro after launching a “large scale strike” on the South American country. (Photo by Schneyder MENDOZA / AFP)

Diritto internazionale: non è il tema del momento

Ma il diritto internazionale non è il tema del momento, nonostante Rubio provi a metterla in termini politicamente più condivisibili ribadendo che il regime di Maduro non era il legittimo governo venezuelano (Maduro, effettivamente, aveva ignorato il risultato delle elezioni ed era rimasto in carica: la differenza di fondo, tra lui e Jair Bolsonaro in Brasile nel 2023, è che a Bolsonaro mancava il controllo dell’esercito). Il messaggio è che decide il più forte, senza nessun bisogno di scuse: è il momento della “gloria per i guerrieri americani” secondo il Segretario alla Guerra Peter Hegseth. E della ricostruzione in mano a un “gruppo” di cui faranno parte Rubio, Hegseth e i rappresentanti di Chevron. Per tornare a Galeano: “In America Latina è normale: si consegnano sempre le risorse, con la scusa della loro scarsità”.