Roma, 22 marzo 2026 – “Il 2026 è cominciato con segnali molto incoraggianti per l’economia, con consumi in crescita all’1,3% a febbraio, inflazione sotto controllo, occupazione ai massimi e una previsione di Pil all’1%”. È con una nota di fiducia che esordisce il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli. Ma l’ottimismo deve fare i conti con la guerra in Medio Oriente: “Sì, sta rimettendo tutto in discussione, a cominciare da probabili fiammate inflazionistiche con pesanti impatti su fiducia, consumi e investimenti. Senza dimenticare specifiche ricadute negative su alcuni comparti in particolare, come trasporti, logistica e turismo”.
Quali scenari ipotizzate per il futuro prossimo?
“Il nostro ufficio studi ha ipotizzato due scenari: se il prezzo del petrolio dovesse rientrare su livelli intorno ai 70 dollari entro maggio, l’impatto negativo su Pil e consumi sarebbe ridotto, nell’ordine di un decimo di punto. Se invece lo scenario di guerra dovesse mantenere il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari fino a fine anno, questo comprometterebbe le prospettive economiche del 2026 dimezzando la crescita. In una parola, svanirebbe la ripresa”.
In primo piano, per le imprese c’è il caro-energia.
“Le imprese del terziario pagano l’elettricità quasi il 30% in più e il gas oltre il 70% in più rispetto al 2019. Se le tensioni geopolitiche dovessero aggravarsi, il rischio è quello di ulteriori rincari delle bollette. Per bar, ristoranti, negozi e alberghi parliamo di migliaia di euro in più al mese tra energia e costi indiretti. E il blocco nello Stretto di Hormuz – con i conseguenti effetti sui prezzi dei carburanti – sta già avendo pesanti ripercussioni su tutto il comparto dei trasporti, passeggeri e merci, a cominciare dall’autotrasporto”.

Il governo ha messo in campo un primo provvedimento che taglia le accise: è sufficiente per ora?
“Bene la riduzione temporanea delle accise sui carburanti che si traduce in un “taglio” netto del prezzo alla pompa pari a 25 centesimi al litro per diesel e benzina e di 12 centesimi per il Gpl. Va, però, monitorato l’andamento delle quotazioni internazionali del prezzo del petrolio perché la durata di 20 giorni della riduzione delle accise può non essere sufficiente a sostenere famiglie e imprese”.
Per l’autotrasporto è stato introdotto di nuovo un credito di imposta.
“Per l’autotrasporto merci, la previsione di un credito d’imposta sugli acquisti di gasolio per il trasporto pesante garantisce efficacia della misura anche a queste attività che non traggono beneficio dalla temporanea riduzione delle accise. È necessario, però, includere nella strategia d’intervento anche le altre modalità di trasporto, a partire dal trasporto marittimo, compresi gli strategici collegamenti con le isole che assicurano la continuità territoriale del Paese”.
Che cosa manca nel puzzle degli interventi per tenere calmierata l’energia?
“Bisogna accelerare l’avvio dei processi di aggregazione della domanda così da consentire anche alle imprese più piccole di accedere a contratti di lungo periodo per l’acquisto di energia da fonti rinnovabili. Senza contare tutta la partita europea degli Ets”.
Come dovrebbe essere affrontata?
“L’emergenza dovrebbe indurre a riconsiderare con occhio più attento gli effetti socio-economici negativi di alcune misure ambientali introdotte o di prossima introduzione, come il meccanismo di negoziazione delle emissioni di CO2 ETS/ETS2. D’altra parte, nel trasporto stradale, il beneficio strutturale del gasolio commerciale andrebbe esteso anche alle imprese di noleggio autobus con conducente, le cosiddette “Ruote del turismo”, in Italia incomprensibilmente escluse dalla misura”.
Ma, a pesare sul futuro del terziario di mercato, è anche, in termini strutturali, la cosiddetta desertificazione commerciale.
“Le nostre città stanno vivendo una trasformazione del tessuto commerciale. Dal 2012 al 2025 sono scomparsi circa 156mila negozi, oltre un quarto del totale. Crescono le vendite online e si moltiplicano gli affitti brevi, mentre il fatturato dei piccoli negozi resta fermo al palo. È un cambiamento dei modelli di consumo che sta impoverendo i centri storici e rischia di diventare una vera emergenza urbana. Non può essere ignorato. I negozi di prossimità non sono solo attività economiche: sono presidio sociale, sicurezza e servizi per i cittadini. Dove si spengono le vetrine si indebolisce anche la vitalità dei quartieri”.