“L’Iran non scherzi con noi”. Teheran alza la posta, minacce Usa. Oggi al via i negoziati a Islamabad

Roma, 11 aprile 2026 – Al via in Pakistan i negoziati per la fine del conflitto fra Stati Uniti e Iran. E se Teheran si prepara a giocare una partita di poker, Washington sembra che al massimo possa ambire al rubamazzo. Il presidente Trump è in aperta difficoltà, con una popolarità a picco e le critiche dell’estrema destra americana. Sullo sfondo, c’è il mediatore, il Pakistan, alla sua prima grande prova internazionale, che può contare, in questa circostanza, sull’appoggio della Cina, Paese a cui è molto vicino e che ha tutto l’interesse affinché questo conflitto termini il prima possibile. Prima, però, viste le premesse della vigilia, è già un grande risultato se le trattative partono.

Gli Stati Uniti fanno la voce grossa nell’intento di portare un Iran più docile al tavolo dei negoziati. Il presidente Donald Trump, ieri, ha avvisato di non essere per niente soddisfatto di come è gestita la riapertura (quasi inesistente) dello Stretto di Hormuz. “Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni e le migliori armi mai realizzate, persino migliori di quelle che abbiamo impiegato in precedenza, con le quali li abbiamo fatti a pezzi” ha detto in un’intervista al New York Post. Alza la voce anche il vicepresidente Usa, JD Vance, che guida la delegazione americana e che ha intimato agli iraniani di “non prender in giro gli Usa” con negoziati infiniti, aggiungendo però che crede che saranno colloqui “positivi”. Anche perché le elezioni di Midterm si avvicinano e la fiducia dei consumatori è ai minimi storici, causa inflazione.

Il gradimento del presidente non se la cava meglio, con l’estrema destra americana che critica il suo operato e, soprattutto, con papa Leone XIV che, con toni sempre più netti, lancia messaggi non solo contro la guerra (“Non è cristiano chi lancia bombe”), ma anche contro la plutocrazia che tanto piace al presidente Usa.

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Il primo, grande risultato, sarà vedere il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, scendere dall’aereo. La vigilia dei negoziati è infatti accompagnata da un ‘giallo’, per il quale gli iraniani potrebbero non presentarsi, un po’ per timore di non tornare a casa vivi, un po’ perché i punti di partenza del negoziato non sono chiari del tutto. Per sedersi al tavolo la teocrazia ha posto due pre-condizioni: lo sblocco dei suoi asset congelati e un cessate il fuoco in Libano, ma in questo caso Israele ha opposto un muro. Il viceministro degli Esteri Majdi Takht Ravanchi, ieri, ha specificato che la base delle trattative è l’ormai celebre piano di 10 punti pieno di richieste che per gli Stati Uniti sono difficilmente soddisfabili, pena perdere la faccia. Aggiornamenti arrivano poi sulla salute di Mojtaba Khamenei, la Guida suprema che, dal momento della sua elezione nessuno ha mai visto o sentito, e che secondo alcuni sarebbe morto o comunque in coma. Secondo una fonte diplomatica, sarebbe stato proprio lui ad avere l’ultima parola sull’accettazione della tregua di due settimane.

L’altro grande protagonista dei negoziati è il Pakistan, che, a differenza dei due contendenti, ha già vinto, potendo ospitare un negoziato che potrebbe passare alla storia. Per l’occasione, Islamabad oltre a blindarsi ha scelto di ‘rifarsi il look’. Sarà festa nazionale per due giorni e i giornalisti potranno arrivare nel Paese senza richiedere preventivamente il visto. ll primo ministro pachistano, Shehbaz Sharif, sente il peso delle trattative. “I colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad – spiega – sono make or break (o la va o la spacca, ndr) per raggiungere un cessate il fuoco permanente”.