Luigi Grechi De Gregori e “Noi Non Ci Sanremo”: “La musica italiana non si esaurisce con il Festival, servono altri contenitori” – Intervista

“Noi non ci Sanremo” non è stata controprogrammazione, ma una rivendicazione necessaria. Luigi Grechi De Gregori, cantautore e fratello di Francesco, ha portato a Roma Roma (24 febbraio al Teatro della Garbatella) e a Milano (il 26 febbraio all’Auditorium Demetrio Stratos) un’alternativa garbata al Festival, un evento che dal 2002 rappresenta una voce diversa della musica italiana, quella che non trova spazio nell’Ariston ma che merita dignità e ascolto.

“Non possiamo rompere le scatole a Sanremo, è ridicolo – ha spiegato Grechi con ironia durante l’incontro a Radio Popolare – io ho avuto 200 persone come pubblico a Roma e Sanremo, per quanto dicano che sia in calo l’Auditel, è come Davide contro Golia. Ma non è quello il motivo. Il motivo è proprio quello di ristabilire una proporzione fra una musica di mercato e una musica che non sarà nel grande mercato, ma che rappresenta degnamente la musica italiana”.

L’elefantiasi del Festival

Il cantautore, 81 anni, che nella sua attività artistica ha mantenuto anche il cognome materno (suo padre era Giorgio De Gregori, bibliotecario), non ha mai nascosto il fastidio per quello che definisce un limite del panorama musicale italiano: “Negli anni lo storico festival della canzone italiana è andato incontro a un’elefantiasi sempre più evidente, trasformandosi in un evento totalizzante, che sembra non ammettere la contemporaneità di altre forme di spettacolo musicale. La musica italiana non si esaurisce con la settimana di Sanremo, ci mancherebbe altro”.

Eppure Luigi De Gregori rivendica di aver sempre seguito il Festival, fin dalla sua prima edizione: “Ascolto Sanremo dal 1951, dalla vittoria di Nilla Pizzi con ‘Grazie dei fiori’, e so che sono uscite un’infinità di canzoni ben fatte, ben scritte, ben eseguite da bravi interpreti e da grandi ospiti come Louis Armstrong. Mi ricordo un Sanremo da cui uscivano fuori cose bellissime. Anche se io amo di più il folk, il blues, il country piuttosto che la musica del Madagascar o della Mongolia, anche la musica commerciale ci ha offerto cose bellissime come quelle di Modugno, di Morandi. C’è stata una lunga epoca di grandi canzoni italiane che tuttavia mi sembra che a Sanremo ancora non si senta più”.

I giovani talenti di “Noi Non Ci Sanremo”

L’evento milanese, alla prima edizione nel capoluogo lombardo dopo anni di appuntamenti romani, ha visto protagonisti artisti come Folco Orselli, Giovanni Block, Claudio Sanfilippo, Petrina, Veronica Marchi e Alteria. Ma è sui giovani che Grechi ha voluto puntare i riflettori: “L’anno scorso a Sanremo si è imposto Lucio Corsi che rappresenta, malgrado il suo aspetto da glam rock, un ritorno alla canzone italiana che conosce da anni. Mi vanto di averlo fatto suonare sul palco dei Giovani del Folkstudio mesi prima che andasse a Sanremo”.

E ancora: “Nella Roma di ‘Noi non ci Sanremo’ che abbiamo fatto martedì scorso c’erano due ragazzi di 19 anni che facevano delle canzoni italiane che avrebbero potuto benissimo essere a un Sanremo dei giovani: giovanissimi che facevano canzoni assolutamente melodiche, scritte bene. Non erano canzoni da vecchi, non erano canzoni in cui potevano insegnare qualcosa della vita. Se un giovane di 19 anni scrive una canzone da vecchio non è un genio, è un infelice”.

“La determinazione di farsi ascoltare”

Sia a Roma che a Milano molti applausi per la canzone d’autore feroce e surreale di Giovanni Block: “Chi vuole fare questo mestiere in questa maniera merita una medaglia d’oro alla resistenza – spiega l’autore – ma la verità è che indipendentemente da pochi eventi e pochissime manifestazioni che hanno ancora il coraggio e la volontà di dare spazio ad autori alternativi, la fatica che facciamo è enorme. E comunque non c’è altro modo. Siamo ostinati, io in particolare…”

Particolare menzione per un’altra giovane artista da parte di Luigi De Gregori: “Accanto a loro c’era anche una ragazza bravissima con pochi anni di più, con una vocalità incredibile che sicuramente avrà un futuro. Si chiama Nej e io scommetto che avrà qualcosa da dire in futuro, anche se è appena agli inizi”.

Luigi De Gregori
Luigi De Gregori, sul palco di Noi Non Ci Sanremo, che ha creato ormai da quasi venti anni – Credits Antonella Bonetti (TVBlog)

Non solo protesta da vecchio

Grechi De Gregori ha rivendicato con forza che “Noi Non Ci Sanremo” non sia solo una protesta generazionale: “Non è solo una protesta da vecchio, anche se sono un vecchio che ha fiutato un’aria che secondo me prelude a una nuova vena autoriale portata avanti dai giovani. E da giovani che sono preparati, in sintonia con la musica italiana di sempre”.

Il titolo stesso dell’evento, ha spiegato, “parafrasa scherzosamente una vecchia canzone di Guccini e dei Nomadi per qualificare la proposta di cantautori che affondano le radici nella tradizione del Folkstudio di Roma, quello di Harold Bradley, suo fondatore, e di Giancarlo Cesaroni, che lo diresse fino alla sua chiusura. Facciamo una musica fuori dal mercato, ma non per questo meno dignitosa, meno bella o interessante”.

Il limite della musica italiana

Per il cantautore, autore tra l’altro di “Il bandito e il campione” (portata al successo dal fratello Francesco nel 1993 con oltre 500.000 copie vendute e premiata al Tenco), il vero problema è strutturale: “Reputo il fatto che Sanremo fagociti l’interesse mediatico del Paese e non esistano altre manifestazioni o iniziative capaci di focalizzare l’attenzione generale sulla canzone popolare con altrettanta efficacia un grosso limite della musica italiana”.

E alla domanda su quali canzoni avrebbero meritato l’attenzione di un palco come quello del Festival, la risposta è stata netta: “Ce ne sono tante. Le prime che mi vengono in mente sono ‘Freccia Bianca’ di Lucio Corsi che è passato prima dalla nostra rassegna che dall’Ariston. O, perché no, la mia ‘Il bandito e il campione’. Ma nessuno mi ha mai invitato”.

La scelta di Milano, dopo vent’anni di edizioni esclusivamente romane, non è stata casuale: “Perché ci ho vissuto per vent’anni, occupandomi di musica, suonando, cantando. Sono amico da tanti anni di Ezio Guaitamacchi e quindi, muovendoci per la prima volta da Roma, ho pensato di tentare la sorte in una città che conosco bene puntando sull’Auditorium di Radio Popolare e sulla direzione artistica dello stesso Ezio”.