Tra le personalità che partecipano alla presentazione del libro di Giacomo Maiolini “Mai Avuto Tempo” in prima fila c’è anche Mario Lavezzi, classe 1948, milanese, uno di quegli artisti che la storia della musica italiana l’ha fatta incrocia davvero e non per sentito dire.
Chitarrista, compositore, autore prolifico: ha scritto per Gianni Morandi, Lucio Dalla, Ornella Vanoni, Eros Ramazzotti e molti altri. Ma tutto comincia molto prima, negli anni Sessanta, con un gruppo studentesco chiamato I Trappers, in una Milano ancora percorsa dal boom economico, tra i locali di San Babila e i vicoli di Brera.
I Beatles li ha visti dal vivo, nel 1965 a Genova. Con lui c’era Teo Teocoli, qualche anno più grande. Per arrivarci si fecero prestare la macchina dal proprietario del locale dove suonavano a Finale Ligure, senza nemmeno avere ancora la patente.
La Milano del beat e la gavetta vera
Era più facile farsi notare in quegli anni? “Erano anni diversi in cui tutto poteva essere possibile ma dovevi avere le idee, la voglia, la capacità di fare le cose. E poi buttarti, cogliere l’occasione senza aspettare che ti capitasse. In effetti sono stati anni di straordinaria vitalità in tutti gli ambiti, soprattutto creativi. E ci siamo anche divertiti tanto”
Dalla Milano del concertone del Parco Lambro alla Milano da bere edonista degli anni ’80 è un attimo. Al Parco Lambro c’era anche lui con Il Volo, che non ha nulla a che fare con i tre tenori più contemporanei, e che suonava rock progressivo. Con lui Alberto Radius, Vince Tempera, Gabriele Lorenzi, il bassista genovese Bob Callero (per anni con Eugenio Finardi) e Gianni Dall’Aglio.

Un battito dance
Centinaia di canzoni scritte, molte di più forse quelle rimaste nel cassetto. Per togliersi una soddisfazione: “Oggi in discoteca ballano ancora un mio brano, In Alto Mare, di Loredana Bertè, scritta insieme ad Avogadro. Mi ero innamorato di un groove della Love Unlimited Orchestra di Barry White e sono tornato a casa con quel giro di basso in testa. Da lì è nato un brano ancora estremamente attuale”.
Perché la dance può essere anche d’autore: “Intanto anche la dance propone cose estremamente qualitative e intelligenti. E noi italiani lo sappiamo bene perché la nostra dance in modi e tempi diversi ha fatto ballare mezzo mondo e venduto milioni e milioni di dischi. E poi la dance è semplice, immediata, coglie l’essenza di un brano e consente alla gente di muoversi e di lasciarsi andare. Che sono aspetti a volte molto sottovalutati. La musica è liberatoria, ed è soprattutto divertimento”.
Mario Lavezzi e Sanremo
Lavezzi lo scorso anno ha ricevuto dal Comune di Sanremo il Premio alla Carriera per oltre cinquant’anni di successi e per il suo contributo fondamentale alla storia della canzone d’autore italiana. Il suo rapporto con il Festival è lungo e consolidato.
Quando Ivano Fossati sconvolse la quiete dell’Ariston con il beat dei Delirium e Jesahel sul palco c’era anche lui: “Io credo che il festival si possa e si debba cambiare tornando alla radice del suo nome e dunque alla sua essenza. Non è una gara tra artisti o interpreti, non è un match di popolarità. Si premia la canzone migliore, e dunque torniamo alle canzoni. Torniamo alla base, a quelle che sono le composizioni. C’è un appiattimento generale che credo non faccia bene a nessuno e sicuramente non serve a rilanciare il festival”.