Meloni-toghe, nuovo scontro: “Sicurezza, così vanificano il lavoro”. I magistrati: applichiamo la legge

Roma, 10 gennaio 2026 – No, Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di diventare una “mamma al servizio delle istituzioni”, seguendo le tracce di Mario Draghi. Al Quirinale giura di non pensarci affatto e, se anche fosse il contrario, certo non lo verrebbe a raccontare adesso. Nella fluviale conferenza stampa di inizio anno – oltre tre ore per quaranta domande, spesso ripetitive – trova modo di elargire qualche notizia. Come la non candidatura al Colle nel ’29: “Vorrei essere pagata per lavorare con Fiorello, non per salire di livello. Mi appassiona quello che faccio, il bis dipenderà dagli italiani”. Ma anche una smentita delle voci sul voto anticipato in caso di vittoria al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, data da lei ufficializzata. Non se ne parla: se perde resterà al suo posto, se vince pure. Al traguardo del primo governo in carica per tutta una legislatura ci tiene davvero.

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Meno sorprendente è l’individuazione del nemico numero uno: i magistrati. Se nella maratona si sforza di tenere a freno la lingua, sul capitolo toghe si scatena, ribaltando la lezione berlusconiana. Non le accusa di ignorare le garanzie, ma di esagerarle. Così facendo, sostiene, “vanificano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento”. Nella sua visione, il compito dei magistrati non è tutelare il diritto ma “lavorare tutti nella stessa direzione” per la sicurezza. A supporto, cala un tris di esempi: l’imam di Torino (“Piantedosi ne dispone l’espulsione, il giudice la blocca”), la mamma che ha ucciso il figlio di nove anni (“Denunciata più volte, ma lasciata a piede libero”) e l’inquinatore di Acerra (“Arrestato e subito rilasciato”). Sono tre, ma “ne potrei citare a decine”.

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Italian Prime Minister Giorgia Meloni attends the end-of-year press conference in Rome, Italy, 09 January 2026. ANSA/CHIGI PALACE PRESS OFFICE/FILIPPO ATTILI +++FOTO DIFFUSA DALL’UFFICIO STAMPA – USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO – NON ARCHIVIARE – NON VENDERE – NON USARE PER FINI NON GIORNALISTICI – NPK+++

È un espediente retorico in vista del referendum: Meloni sa che il richiamo del garantismo sull’elettorato è fievole, quello delle politiche securitarie magnetico. Con un gioco di prestigio trasforma la consultazione sulla separazione delle carriere nel suo contrario: un plebiscito sulla sicurezza. Scatenando l’ira dell’Associazione nazionale magistrati, accusata di diffondere “menzogne” con i manifesti che invitano a votare no alla riforma. Secca la replica della Anm: le toghe “applicano la legge, la delegittimazione costante è pericolosa”. La narrazione della premier è coerente con l’impostazione conservatrice che emerge saltellando da un tema a un altro.

Carceri strapiene? “Indulto e amnistia non servono. Ai problemi strutturali si risponde con 11mila nuovi posti in prigione”. Fine vita? “Lo Stato non deve facilitare il suicidio”. La pace? Si conquista con la forza. È il concetto di deterrenza, tanto che si “stupisce” di come il generale Vannacci possa auspicare che il decreto Ucraina non passi, ignorando “il ruolo di pace svolto dalle forze armate”. Sull’economia le risposte restano vaghe, eccetto sul fronte abitativo: arriverà presto un “Piano Casa” che promette “100mila nuovi appartamenti a prezzi calmierati nei prossimi dieci anni”, oltre all’edilizia popolare. Torna invece la mano pesante sulla sicurezza con una nuova stretta sulle baby gang, togliendosi anche un sassolino dalla scarpa: “Ci accusavano di voler arrestare i bambini”. Poiché le violenze avvengono spesso con armi da taglio, sarà introdotto un divieto assoluto di portare coltelli e di venderli ai minori, anche online, con aggravanti per chi agisce a volto coperto o in “luoghi sensibili”. E sanzioni per i genitori responsabili. Sull’energia, annuncia un decreto per abbassare i prezzi.

Infine, la politica pura. La legge elettorale si farà e sarà proporzionale perché “è nell’interesse di tutti che chi vince governi cinque anni” e, con questo sistema, “il campo avverso avrebbe una maggioranza più ampia”. Lancia una fune all’opposizione ma è un aut aut: “Mi auguro sia condivisa, altrimenti la faremo a maggioranza”. Chiude sul Quirinale. I rapporti sono “ottimi”. Non per affinità elettive, ma per pragmatismo: “Spesso non vediamo le cose nello stesso modo, però il Presidente crede nell’interesse nazionale”. È forse questo il segreto della navigazione tranquilla del governo: per Mattarella che viene dalla sinistra cattolica e per la premier di destra “interesse nazionale” e “stabilità” sono oramai sinonimi.