
Si respira un’aria diversa tra chi segue con passione le vicende atmosferiche. C’è una sensazione diffusa, quasi tangibile: fa freddo, decisamente più di quanto ci avessero abituato gli anni recenti. È un dato di fatto oggettivo, non una suggestione. Eppure, nonostante i termometri segnino valori pienamente invernali, manca all’appello quella che per molti è la vera essenza della stagione: la neve, specialmente quella capace di spingersi fino alle quote di pianura.
Il paradosso dell’attuale scenario meteo risiede proprio qui. Stiamo attraversando una fase rigida, con caratteristiche da manuale, ma priva di quella continuità e di quella cattiveria dinamica necessarie a trasformare il gelo sterile in nevicate estese. Questa discrepanza tra percezione termica e mancanza di fenomeni nevosi diffusi a bassa quota è il punto cruciale su cui si interrogano gli esperti in vista della seconda metà dell’Inverno.
Il motore inceppato del Getto Polare
Il primo imputato sul banco degli accusi è il Getto Polare. In queste settimane, il flusso che governa le sorti del tempo alle medie latitudini appare insolitamente fiacco. Si tratta di un’anomalia pesante, perché è proprio questo nastro trasportatore a dettare i ritmi e la vitalità della stagione fredda sull’Europa. La sua scarsa vigoria ci dice che l’Amplificazione Artica, sebbene presente, non sta riuscendo a generare quelle ondulazioni marcate che servirebbero.
Il freddo è giunto sui nostri territori, è vero. Ma rimane spesso ingabbiato, statico. Mancano quelle accelerazioni violente capaci di pilotare le masse d’aria gelida verso l’Europa centro-meridionale con decisione e costanza. Per chi vive di pane e meteorologia, registrare qualche giornata sotto media non è sufficiente. L’attesa è tutta per un Inverno più strutturato, che sappia esprimersi non solo con le temperature basse, ma anche con il dinamismo delle perturbazioni.
Manca il dialogo tra troposfera e stratosfera
A complicare ulteriormente il puzzle interviene la debolezza del Getto Subtropicale. Anche questo secondo attore della circolazione emisferica risulta poco attivo, segnale inequivocabile di scarsi scambi energetici verso la stratosfera. Questi flussi verticali sono fondamentali per disturbare l’equilibrio del sistema e innescare cambiamenti radicali.
Il Vortice Polare, pur mostrando muscoli e potenza alle quote superiori, resta sostanzialmente chiuso a riccio, compatto e ben ancorato attorno al Polo Nord. Un gigante che, almeno per il momento, non sembra intenzionato a rilasciare nuclei gelidi importanti verso le latitudini mediterranee. L’Inverno è presente, ma non riesce a sfondare. In questo scacchiere non si può ignorare il ruolo del Riscaldamento Globale. I nostri mari conservano ancora un calore superiore alla norma: un serbatoio di energia che, se da un lato alimenta fenomeni violenti, dall’altro ostacola la caduta della neve a bassa quota, “mangiando” i fiocchi non appena le precipitazioni incontrano superfici marine ancora tiepide.
Il serbatoio gelido sulla Russia
Allargando lo sguardo al continente, emerge un dettaglio non trascurabile. Il grande freddo è fisicamente vicino all’Italia, ma resta bloccato per la maggior parte oltralpe. Tuttavia, le mappe evidenziano con insistenza la presenza di un vasto nucleo gelido stazionario sulla Russia europea.
Non è un elemento di poco conto. Quella riserva di aria artica potrebbe, con un impulso anche modesto ma ben direzionato, cambiare improvvisamente rotta. Non bisogna dimenticare che non abbiamo ancora superato il giro di boa stagionale; storicamente, è proprio la seconda parte dell’Inverno a riservare spesso le sorprese più crude.
I segnali dei modelli a lungo termine
Se proviamo a scrutare le proiezioni a lunga scadenza, la parola d’ordine resta prudenza. L’energia che muove le fila del tempo nasce lontano, spesso sul Nord America, e si propaga attraverso l’Atlantico, influenzando la velocità e la forma del Getto Polare. Al momento non si vedono segnali che facciano pensare a un mese di gennaio mite. Il problema, come detto, è la mancanza di moto. Le onde planetarie ci sono, ma appaiono troppo timide o posizionate male per favorire affondi meridiani degni di nota. Anche la mappa della copertura nevosa in Europa conferma questa diagnosi: il freddo c’è, è ben radicato, ma manca la “zampata” finale per portare la neve diffusa sull’Italia, specialmente in pianura e lungo le coste.
L’ipotesi della NAO negativa
Le prossime tre settimane restano avvolte nell’incertezza. Gli “ensemble” (l’insieme delle previsioni probabilistiche) iniziano però a fiutare una possibile NAO negativa (Oscillazione Nord Atlantica). Si tratta di una configurazione barica che, qualora si realizzasse, favorirebbe traiettorie più occidentali delle perturbazioni. Va detto chiaramente: siamo nel campo delle ipotesi scientifiche. Tuttavia, questo assetto è uno dei pochi in grado di rimescolare le carte e regalare un Inverno più dinamico e potenzialmente nevoso.
La neve come nuova unità di misura
Emerge, infine, una riflessione amara. Le condizioni invernali sono mutate strutturalmente. Oggi, il vero indicatore della salute della stagione non è più la temperatura media, bensì la neve. Un tempo, un grado in più o in meno non pregiudicava l’impianto generale. Oggi, avere 2°C in più può stravolgere l’esito di un peggioramento, trasformando una nevicata in pioggia o relegando i fiocchi a quote sempre più alte. È un cambiamento profondo, che ci costringe a valutare l’Inverno con parametri nuovi. La seconda metà della stagione è ancora tutta da scrivere, ma sarà la dinamica dell’atmosfera, più che il semplice freddo statico, a decidere se l’Inverno riuscirà a fare il salto di qualità.
Fonti e approfondimenti internazionali:
- ECMWF – European Centre for Medium-Range Weather Forecasts
- NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration
- DWD – Deutscher Wetterdienst (Servizio Meteorologico Tedesco)
- JMA – Japan Meteorological Agency
- WMO – World Meteorological Organization
Meteo seconda parte d’Inverno: il grande freddo c’è, ora serve il vero cambio di passo
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