Ci sono artisti che appartengono alla cultura popolare in modo così totalizzante da rendere qualsiasi operazione narrativa su di loro un atto ad altissimo rischio. Michael Jackson sicuramente è uno di questi. Forse il più estremo di tutti.
Michael Jackson, l’artista totale
Parlare di lui significa muoversi su un campo minato in cui convivono la devozione quasi religiosa dei fan, il peso delle accuse mai definitivamente risolte, il mito costruito in vita e l’iconografia esplosa dopo la morte. Fare un film su Michael Jackson, nel 2026, è un’impresa che poteva fallire in mille modi diversi. Che ci abbiano provato, e che il risultato stia per arrivare nelle sale, è già di per sé una notizia.
Michael, diretto da Antoine Fuqua e scritto da John Logan — due nomi che non garantiscono il capolavoro ma garantiscono la serietà dell’operazione — esce in Italia il 22 aprile 2026, distribuito da Universal Pictures.
La prima internazionale è fissata per il 10 aprile a Berlino. Negli Stati Uniti, Lionsgate ha già organizzato proiezioni speciali in formato premium a partire sempre dal 22 aprile, con uscita aperta in migliaia e migliaia di sale in tutto il paese il 24. Previste anche numerose matinée, tanti i cinema che lo proietteranno H24 con sconti speciali per chi deciderà di fare un full immersion e vederlo più volte consecutivamente.
In Italia il film è in programma dal 23 aprile, e il trailer in italiano ha già superato i due milioni e mezzo di visualizzazioni.
Jaafar Jackson nei panni dello zio: una scelta coraggiosa
La decisione più discussa — e più coraggiosa — della produzione è stata quella di affidare il ruolo di Michael Jackson a Jaafar Jackson, figlio del fratello maggiore di Michael, Jermaine, anche lui discretamente popolare per un certo periodo persino nel nostro paese, e quindi nipote diretto del Re del Pop. Una scelta che poteva sembrare nepotismo o trovata di marketing, e che invece, stando a chi ha visto il materiale promozionale, si sta rivelando sorprendentemente efficace.
Jaafar ha trascorso anni a studiare i movimenti, le espressioni, la voce e la presenza scenica di suo zio. Il risultato visibile nel trailer — che ha già fatto registrare 116 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore, superando qualsiasi altro trailer di biopic musicale nella storia — è quello di una somiglianza che va oltre il fisico e tocca qualcosa di più sottile: una certa qualità del movimento, un modo di stare nello spazio che richiama l’originale senza scimmiottarlo.
Al suo fianco, un cast di peso: Colman Domingo nei panni del controverso Joe Jackson, il padre di Michael, Nia Long nel ruolo di sua madre Katherine e Miles Teller a interpretare il potentissimo avvocato John Branca, esecutore testamentario di Jackson, rappresentante di alcuni dei più importanti artisti degli ultimi trent’anni dagli Aerosmith, ai Korn, da Shakira ai Nirvana.
La sceneggiatura di John Logan e il nodo delle accuse
John Logan è uno sceneggiatore che conosce la complessità dei grandi personaggi storici: ha firmato Il Gladiatore, The Aviator di Scorsese e uno degli episodi più belli della saga 007, Skyfall. Affidargli la storia di Michael Jackson significa scommettere su una scrittura che non si accontenta della superficie. E la domanda che tutti si pongono — come verrà trattata la questione delle accuse di abusi sessuali su minori — sembra avere una risposta, almeno nelle intenzioni dichiarate.
Il produttore Graham King ha annunciato che il film non sarà una beatificazione: “Il tentativo è quello di umanizzare la storia di un artista superiore sotto ogni aspetto, umano e artistico…”
Le accuse di abusi sessuali del 1993, storicamente le più documentate, saranno presenti nella narrazione. Una scelta che ha già generato tensioni con l’Estate di Michael Jackson, che storicamente ha cercato di tenere separata l’immagine artistica dalle vicende giudiziarie. Anche Paris Jackson, la figlia del cantante, ha preso le distanze dal progetto, criticando la tendenza di Hollywood a controllare le narrazioni biografiche.

Un biopic che arriva in un momento preciso
Michael non arriva in un momento qualsiasi. Arriva in un’epoca in cui il biopic musicale è diventato un format a sé — con Bohemian Rhapsody, Rocketman, Elvis che hanno offerto successi e guadagni impressionanti ma anche critiche divisive alle case di produzione — e alle quali il pubblico si rivolge nella speranza di vedere qualcosa che vada oltre la celebrazione agiografica. Il film arriva anche in un momento in cui il dibattito su Michael Jackson non si è mai davvero sopito: i documentari, le polemiche, le prese di posizione continuano a circolare, e ogni nuovo prodotto culturale sul cantante finisce inevitabilmente per riaprire vecchie ferite.
Senza contare che soprattutto dopo This Is It, il film che raccoglieva le prove del concerto di addio di Jackson a Londra che l’artista non è mai riuscito a completare, morendo poche settimane prima del debutto, le vendite di Michael Jackson non sono mai state così ricche e produttive.
Michael in TV
Anche per la televisione italiana, questo film è un appuntamento che vale la pena seguire non solo come evento cinematografico. I canali che trasmetteranno interviste, speciali e approfondimenti nelle settimane dell’uscita si giocheranno una fetta di attenzione significativa. E per le piattaforme streaming, i diritti di questo film rappresenteranno una delle partite più importanti dell’anno.
Perché Michael Jackson non finisce mai di interrogarci
Al netto delle polemiche e delle aspettative, c’è una ragione profonda per cui un film su Michael Jackson è ancora necessario — o almeno inevitabile. Jackson è stato qualcosa di più di un cantante di successo: è stato uno specchio in cui la cultura popolare del Novecento ha riflesso le proprie contraddizioni più acute. Il talento e il trauma, la fama e la solitudine, la trasformazione, quasi una trasfigurazione del corpo, come atto artistico ma anche come sintomo di disagio. Raccontarlo significa raccontare qualcosa di noi.
Il 22 aprile sapremo se Michael è all’altezza di questa responsabilità. Per ora, il trailer promette. E nel mondo del cinema dei biopic, promettere non è poco.