Mitilicoltura circolare

allevamento mitili

L’impatto ambientale della coltivazione delle cozze è basso. Ma le retine di plastica con cui vengono avvolte spesso finiscono in mare. Un progetto europeo le avvia a una seconda vita

di LORIS PIETRELLI

Dal mensile – I molluschi sono i frutti di mare più caratteristici e diffusi in Italia. Fra i membri di questa famiglia, la cozza (Mytilus galloprovincialis) rappresenta il mollusco preferito al quale si associano antiche tradizioni culinarie. Ogni anno in Italia si vendono oltre 70.000 tonnellate di cozze e giacché non c’è bisogno di alimentarle, l’impatto ambientale della mitilicoltura è pressoché nullo: 0,252 kg di CO2 equivalente per ogni kg di cozze prodotto contro gli oltre 18 kg prodotti per ogni kg di carne bovina. Malgrado questo bilancio così favorevole, un paio di problemi la mitilicoltura li crea: sui fondali sottostanti si può formare un accumulo persistente dei residui fisiologici, ma è soprattutto la dispersione delle retine di plastica utilizzate per l’allevamento il problema più evidente.

Secondo un’indagine Enea-Legambiente, le reti per la coltivazione delle cozze sono fra i rifiuti spiaggiati più numerosi, soprattutto laddove si esercita la mitilicoltura, dunque prevalentemente lungo le coste adriatiche. Nei fondali prossimi agli impianti la presenza di retine è ancora più alta (73 calze ogni km quadrato). I tempi di degradazione dei materiali polimerici utilizzati – prevalentemente polipropilene – sono superiori al secolo. In Italia, negli allevamenti marini, si consumano circa 2.000 tonnellate di retine (o calze), utilizzate per sorreggere i neri molluschi durante la loro crescita. In particolare, durante il ciclo di vita della cozza, le retine sono sostituite due volte e, poiché l’operazione si compie in mare, una parte di queste sfugge al recupero e si disperde nell’ambiente. Alle retine è associato un codice Cer (codice europeo dei rifiuti) corrispondente a un “rifiuto speciale non pericoloso” e quindi il loro corretto smaltimento comporta oneri economici non trascurabili (3-5 centesimi/kg). Il motivo per cui le retine vanno smaltite in sicurezza è dovuto alla presenza di materiale organico (biofilm, residui di animali) adeso alla loro superficie. La rimozione di questo ne consentirebbe la declassificazione del codice Cer o, meglio ancora, il recupero e riciclaggio del polipropilene nell’ambito dello stesso settore produttivo e in altre filiere d’impiego. Mediamente il materiale organico adeso rappresenta il 15,9% del peso della retina usata.

Sostanzialmente per ogni kg di cozze portato al mercato si utilizza quasi un metro lineare di retina, il cui costo è pari a circa 4 centesimi, quindi in totale si spendono oltre 2,6 milioni di euro all’anno. Tanto per avere un’idea della quantità utilizzata, basti pensare che con le sole retine impiegate annualmente in Italia si potrebbe fare 1,6 volte il giro del pianeta. È necessario quindi avviare pratiche di gestione corretta di questo rifiuto attraverso un’efficace raccolta, alla quale deve far seguito un sistema di trattamento orientato al recupero del polimero utilizzato.

Recentemente, un progetto elaborato da Enea e finanziato dall’Associazione mediterranea acquacoltori (Ama) ha portato allo sviluppo di un processo di recupero del polipropilene, basato sulla distruzione per via chimica del materiale organico adeso alle calze. La fattibilità del processo è stata dimostrata a livello di laboratorio: il materiale polimerico ottenuto ha le stesse caratteristiche meccaniche e chimiche di quello vergine e questo ne consentirebbe il riutilizzo evitandone lo smaltimento (oneroso) in discarica. Il costo del trattamento è stato stimato in 3,85 centesimi/kg quindi pari al costo di smaltimento, ma con il vantaggio di poter rivendere il polipropilene recuperato (ricavando 600-800 euro a tonnellata) o di riutilizzarlo risparmiando sui costi di acquisto.

Il progetto “Life Muscles” 

L’idea progettuale è diventata il progetto “Life Muscles” finanziato dall’Unione Europea, che vede Legambiente come capofila. Il progetto è in linea con le nuove strategie dell’Ue riguardanti la plastica e contribuirà ad avviare la mitilicoltura verso un modello di economia circolare. L’acquacoltura è il settore di produzione alimentare in più rapida crescita, con un tasso di espansione annuo dell’8%. L’obiettivo generale del progetto “Muscles” è contribuire alla riduzione dell’impatto provocato dalla dispersione nell’ambiente marino delle retine utilizzate negli allevamenti di mitili. Il progetto ha una durata di 4 anni e un valore di circa 3 milioni di euro, di cui 1,6 finanziati dalla Ue nell’ambito dei progetti “Life Environment”.

I partner del progetto sono: Legambiente (capofila), Associazione mediterranea acquacoltori (Ama), Università La Sapienza di Roma (dipartimento di Chimica), Università di Bologna, Novamont, Università di Siena, Soc. Agricola Ittica Del Giudice (Gargano), Coop. mitilicoltori associati (Spezia) e Rom Plastica. In breve, il progetto “Muscles” prevede l’applicazione del processo mediante la realizzazione di un impianto pilota (300 kg/giorno) montato su container per essere trasportato nelle aree di produzione. I materiali polimerici recuperati saranno riutilizzati per fare nuove retine. Parallelamente sarà sviluppato un processo per realizzare retine con biopolimeri compostabili per sostituire il polipropilene. Il progetto prevede inoltre azioni di sensibilizzazione e comunicazione rivolta ai mitilicoltori, agli operatori del settore e ai consumatori in merito alla sostenibilità del processo produttivo.

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L’articolo Mitilicoltura circolare proviene da La Nuova Ecologia.