“Io ci sono, ma chi altro c’è?”. La domanda, tutt’altro che peregrina, è rimbalzata nella testa di Neffa quando quattro mesi fa ha deciso di riavviare con un grande evento al Forum di Assago una carriera in pausa ormai da (troppo) tempo. Un vero e proprio Big Bang, lo definisce lui nello studio di Soundcheck, il format musicale disponibile sul sito e sui social del nostro giornale, che gli ha messo addosso l’urgenza di mettere sulla strada il tour con cui da questa sera riscopre teatri e club.
Debutto al Concordia di Torino, per poi proseguire alla volta di altri sei palcoscenici tra cui quelli del Cartiere Carrara di Firenze, domenica prossima, l’Alcatraz di Milano, il 16 marzo, l’Estragon di Bologna, il 22, 23 e 25 (tutte e tre sold out), il Vox di Nonantola, il 27. “Superare l’esame del Forum mi ha reso tranquillo come non mai” assicura “e ora non vedo l’ora di continuare”.
Cosa le ha fatto cambiare passo?
“L’idea di aver ancora cose da dire. Penso, ad esempio, che le interviste ti rubino l’anima proprio come le fotografie per gli indigeni dell’Amazzonia. Ma sono proprio le interviste ad avermi fatto capire che, a differenza del passato, ho la capacità di mettere assieme le cose; l’anima napoletana con quella che ama la musica africana, il jazz e il rock. Sono uno che vive senza riferimenti”.
Ovvero?
“Cerco di rimanere attaccato alla realtà solo da un piccolo istmo per processare la musica nella maniera più incontaminata possibile. Partendo sempre dal presupposto secondo cui, come avrebbe detto Umberto Eco, noi siamo libri che parlano di altri libri, in quanto la nostra società e la sua arte vanno avanti per assemblaggio, nella più completa fluidità, perché tutto è mischiato. Amo questo frullatore, anche se spero non si fagociti pure il coraggio dei pensieri”.

Ce l’ha ancora il nodo alla gola “difficile da mandare giù” evocato in “Aspettando il sole”?
“Ad una certa età capisci di essere pure le tue imperfezioni. E penso mi definisca pure l’essere una spina che non trova la sua presa. Ho scritto quella canzone a ventisei anni e a quell’età hai un rapporto con l’inquietudine, con la fine, molto naïf. A cinquantasei è abbastanza diverso: con la morte camminiamo in strada assieme, ma facciamo finta di non conoscerci perché spero ancora di rimorchiare”.
Tutto questo trasportato nell’attività artistica?
“Giocando d’anticipo sulla vecchiaia, ad un certo punto ho pensato di prepensionarmi. E, visto che nessuno m’ha fermato, l’ho fatto per davvero. Poco prima della pandemia è arrivato l’album napoletano ‘AmarAmmore’ e ho capito che è la musica sapeva ancora portarmi dove vuole. Nonostante avessi deciso, infatti, di non farne più, lei ha continuato a fare cose con me. Quelle canzoni napoletane volevano uscire. E l’hanno fatto. Stesso discorso per ‘Canerrandagio’, l’album pubblicato lo scorso anno”.
Perché un disco in due parti uscite a quattro mesi di distanza una dall’altra?
“Perché avevo messo molta carne al fuoco con un gioco d’incastri che ha allungato i tempi rendendo quella dello sdoppiamento la formula migliore. C’era una parte di me poco convinta del prepensionamento che ha pensato bene di ricordarmi la sua fame di vita. Ero diventato troppo presto un vecchio che guarda il fiume. Così adesso mi diletto a fare la vita delle cose che si fanno”.
Chi o cosa l’ha strappata alla riva del fiume?
“Sono stati i bambini di Berlino. Per sfuggire al caldo di Bologna, due estati fa mi sono trasferito a Kreuzberg 61 passando da un amato isolamento al caos di giardini per l’infanzia e ristoranti. Lì per lì ho avuto un rifiuto, poi ho accettato quel tipo di realtà e così mi sono detto: ok, voglio tornare in campionato. E il campionato si gioca a Milano. Così mi sono trasferito, smettendola col pendolarismo da Bologna. Anche se il rapporto col capoluogo lombardo è un po’ controverso, trovandolo allo stesso tempo velenoso e necessario”.
i tanti incontri, ce n’è uno che l’ha segnata più degli altri?
“Nel 2004 ero a Sanremo con ‘Le piccole ore’ e in gara c’era pure Andrea Mingardi con la Blues Brothers Band. Alla chitarra aveva, quindi, Steve ‘The Colonel’ Cropper (uno che avrebbe meritato l’eternità, come Umberto Eco, e invece ci ha lasciati lo scorso anno). Quando, dietro le quinte, m’ha detto che la mia canzone gli era piaciuta perché ‘very sophisticated’ ho messo a segno uno degli highlight della mia carriera. Perché sentirsi fare un complimento del genere dall’uomo che ha scritto con Otis Redding ‘(Sittin’ on) the dock of the bay’ è veramente un gran vanto”.
Tornare al Festival nel 2025 ospite di Shablo, Guè, Joshua e Tormento la sera delle collaborazioni ha influito su questa sua rentrée?
“No, perché il mio ritorno era già nell’aria. Me l’avessero chiesto solo l’anno prima avrei detto no grazie, come avevo fatto nel 2020 alla richiesta di Diodato”.