Roma, 12 aprile 2026 – È un negoziato lungo e difficile, dove l’imprevedibilità del presidente Trump è una variabile pericolosa per la sua riuscita. Michele Valensise, presidente dell’Istituto Affari Internazionali ed ex segretario generale della Farnesina, spiega perché ci vorrà una grande volontà politica per non farlo fallire.
Ambasciatore Valensise, i colloqui sono partiti e le delegazioni hanno iniziato a confrontarsi. C’è davvero la volontà di chiudere il conflitto?
“Un interesse esiste da entrambe le parti. Gli Stati Uniti vogliono chiudere un’operazione sviluppatasi oltre le previsioni; l’Iran, pur avendo mostrato una notevole resilienza nonostante i colpi subiti, dovrebbe aver interesse a uscire da questa fase. Il problema è che le posizioni restano molto distanti”.
La distanza tra i dieci punti iraniani e i quindici americani è colmabile?
“Tutto è colmabile, ma richiede grande tenacia e una forte volontà politica. La distanza riguarda elementi essenziali, non marginali, e impone di superare le rigidità e le posture retoriche. Senza un vero compromesso, il negoziato rischia di arenarsi”.
Quali sono i nodi più critici della trattativa?
“Sono tutti dossier complessi e interconnessi. Il primo è il nucleare, che è all’origine stessa del conflitto: gli Stati Uniti chiedono lo smantellamento della capacità iraniana, inclusa la gestione dell’uranio arricchito. C’è poi la questione missilistica: la gittata e la capacità dei missili iraniani, per Israele e per gli Stati Uniti, rappresentano una minaccia, mentre Teheran le considera uno strumento difensivo difficilmente rinunciabile”.

E poi c’è lo Stretto di Hormuz.
“Questo è emerso proprio dal conflitto. La guerra ha di fatto rafforzato il controllo iraniano su questo passaggio strategico e si è arrivati perfino a ipotizzare forme di gestione condivisa attraverso pedaggi comuni, addirittura con gli stessi Stati Uniti: scenari che pongono problemi evidenti rispetto al diritto internazionale e alla libertà di navigazione. A questo si aggiunge il tema storico dei proxy regionali, in particolare Hezbollah: l’Iran non appare disposto a ridurre il proprio sostegno e la propria influenza, considerandoli parte integrante della propria strategia”.
Teheran riuscirà a far rimuovere le sanzioni?
“Le sanzioni, che Teheran vuole vedere rimosse, rappresentano uno degli obiettivi principali del negoziato. Si tratta, dunque, di questioni strutturali, difficili da sciogliere rapidamente e che richiederanno un lavoro negoziale lungo e approfondito”.
Il rischio di una nuova escalation è una leva o un ostacolo?
“È un rischio per tutti. Non rafforza il negoziato, lo indebolisce. A perdere sarebbero non solo Stati Uniti e Iran, ma anche la regione e l’Europa”.
Quanto pesa l’imprevedibilità della leadership americana sui risultati?
“Pesa molto. C’è un elemento psicologico che non va sottovalutato, legato alla figura del presidente americano. Dal punto di vista iraniano, la diffidenza è forte: due volte, nel 2025 e nel 2026, operazioni militari sono partite mentre erano in corso negoziati. Il che ha incrinato la fiducia nell’azione degli Usa. Naturalmente, ciò non assolve minimamente il regime iraniano dalle sue responsabilità, che restano pesantissime”.