Oggi il sito non è aggiornato per uno sciopero dei giornalisti

Roma, 27 marzo 2026 – Oggi i siti di Qn, il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno non sono aggiornati per uno sciopero dei giornalisti.

Il comunicato della Fnsi

Oggi le giornaliste e i giornalisti tornano a scioperare per il rinnovo del contratto di lavoro,
scaduto da dieci anni, unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia. Questa è la seconda
giornata di sciopero di un pacchetto di cinque, la terza è già proclamata per il 16 aprile.
Avere un contratto rinnovato non è un privilegio. Essere pagati in modo dignitoso, dentro e
fuori le redazioni, non è un privilegio. Lavorare senza precarietà permanente non è un
privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è
un diritto. Garantire condizioni dignitose per chi lavora, per chi entra nella professione e per
chi ne esce è un obbligo. Assicurare un futuro all’informazione, bene comune tutelato dalla
Costituzione, dall’articolo 21 intimamente connesso all’articolo 36, è un dovere sociale.
Gli editori, al contrario, preferiscono scaricare i costi del lavoro sulla collettività. I numeri
parlano chiaro: tra il 2024 e il 2026 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per
le copie cartacee vendute; nello stesso biennio altri 66 milioni per 1.012 prepensionamenti;
tra il 2022 e il 2025 hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta, tra il 2024 e il
2026 avranno altri 17,5 milioni per investimenti in tecnologie innovative.
Questi sono privilegi per pochissimi e per di più a carico di tutti gli italiani.
Dal 1° aprile 2016, scadenza dell’ultimo contratto, è cambiato tutto: carichi e ritmi di lavoro
aumentati a dismisura, prestazioni su multipiattaforma, redazioni quasi fantasma. Le
retribuzioni invece sono rimaste ferme, ulteriormente erose dall’inflazione o addirittura ridotte
da forfettizzazioni selvagge.
Riconoscere la dignità del lavoro è il punto di partenza per un confronto serio. Invece viene
descritto come un eccesso. È una narrazione sbagliata e pericolosa, che mina dalle
fondamenta il lavoro e la qualità dell’informazione. Senza diritti e tutele, il giornalismo muore.
E con esso la democrazia.
Questo sciopero non difende privilegi. Difende un principio semplice, un diritto: il nostro lavoro
vale.

La risposta della Fieg

In un contesto di grave crisi strutturale per aziende e lavoratori i contributi pubblici hanno
consentito alle imprese editoriali di continuare a produrre e distribuire informazione di qualità e di
affrontare le sfide del digitale e dell’intelligenza artificiale.
Gli editori della FIEG, nonostante la riduzione delle copie medie giornaliere vendute da 2.500.000
del dicembre 2016 a poco più di 1.000.000 oggi ed un dimezzamento dei ricavi nell’ultimo
decennio hanno impiegato ingenti risorse proprie per garantire il pluralismo dell’informazione, gli
investimenti sui prodotti e soprattutto la tutela dei posti di lavoro permettendo al comparto di
essere uno dei pochi in Italia dove non si registrano licenziamenti collettivi.
Si è infatti riusciti a scongiurare i licenziamenti senza invocare privilegi, ma attraverso il ricorso alle
norme di settore – che impongono sia rilevanti investimenti sia nuove assunzioni – e ciò è sempre
avvenuto con il consenso del sindacato. I finanziamenti per il prepensionamento non sono stati
“ricevuti” dalle aziende, ma finanziano direttamente l’accesso alla pensione anticipata dei
giornalisti.
La situazione è peggiorata con la concorrenza dei contenuti gratuiti diffusi dalle piattaforme
digitali e dai social media che, senza avere la responsabilità e i costi degli editori, fanno sì che
sempre più utenti ricevano informazioni, spesso di dubbia qualità, senza accedere direttamente ai
siti editoriali provocando la diminuzione della base di utenti e dei ricavi pubblicitari. E anche in tal
caso si è perseguita la strada della responsabilità evitando interventi drastici sui livelli
occupazionali.
Nonostante le gravi difficoltà del settore, che certamente non sono imputabili agli editori, visto la
presenza delle medesime criticità anche negli altri Paesi, ci troviamo di fronte ad un sindacato che
non ha mostrato alcuna volontà di sedersi al tavolo per affrontare la sfida della modernizzazione
del contratto nazionale di lavoro, preferendo trincerarsi dietro richieste economiche di recupero
dell’inflazione che è già garantita dagli automatismi retributivi del contratto.
Gli editori ritengono, pertanto, poco costruttiva la posizione della FNSI di proclamare un nuovo
sciopero in un momento difficile come quello odierno e di rompere unilateralmente le trattative
respingendo, a contratto invariato, un’offerta economica sostenibile e comunque superiore a
quella dell’ultimo rinnovo.