La capanna dello Zio Rock apre i battenti il 10 aprile al Teatro Ctm di Rezzato con un Omar Pedrini che somma i panni di musicista, narratore, affabulatore in uno spettacolo dal titolo situazionista come “Canzoni sul saper vivere ad uso delle nuove generazioni”. Un viaggio tra brani musicali, letture e riflessioni sul presente “dove l’improvvisazione è parte del racconto”.
Prima però, l’artefice e ideologo dell’epopea Timoria passa nello studio di Soundcheck, il format musicale disponibile sul web e sui social del nostro giornale, per raccontare i come e i perché di questa nuova scommessa. “Vivo quest’esperienza come una bellissima avventura, anche perché, crescendo (dovrei dire invecchiando, ma preferisco usare un eufemismo), mi sento attrarre dal teatro sempre di più” ammette Pedrini, 58 anni. “D’altronde, quello di approfondire il messaggio del rock, luogo per eccellenza dell’energia, del divertimento e del pensiero se si vuole ribelle, è stato sempre l’altra parte di me, il mio lato b”.
Un ragionamento sul valore identitario della musica e le sue connessioni
“Quando sento il bisogno di riflettere assieme al pubblico è il teatro canzone a venirmi in aiuto. Perché in quella dimensione musica e parola diventano paritarie. Nei concerti è una mia vecchia abitudine declamare ogni tanto una poesia o leggere il passaggio di un libro, ma il teatro mi consente di farlo in maniera più profonda. E dopo la bella esperienza fatta due anni fa con ‘Quando siete felici, fateci caso’, spettacolo con i discorsi sulla felicità tenuti tra il ’78 e il 2004 dallo scrittore Kurt Vonnegut negli atenei americani, l’idea di tornare a camminare su quella strada s’era fatta insistente”.
Stavolta la riflessione è sulla canzone
“Già. Il titolo l’ho rubato al ‘Trattato sul saper vivere ad uso delle nuove generazioni’ del situazionista belga Raoul Vaneigem. Oggi che l’umanità versa in condizioni di grande disorientamento, mi piace affrontare temi sociali, politici, culturali e filosofici con canzoni che possano dare ai ragazzi qualche dritta sul futuro”.
Com’è strutturato lo spettacolo?
“In otto capitoli con una parte centrale dedicata ogni sera all’improvvisazione poetica, al reading, in cui mi vengono in aiuto numi tutelari della mia esperienza di ex-studente, e appassionato lettore, come Neruda, Majakovskij o Camus. In mezzo a tutto questo c’è pure lo spazio per una riflessione sull’America”.
Perché?
“Perché appartengo alla generazione cresciuta col mito di un sogno americano in cui oggi fatica a riconoscersi. L’America della Libertà, del rock and roll, dei figli dei fiori, di Lawrence Ferlinghetti, della Beat Generation, mentre oggi ci troviamo davanti l’America di Minneapolis. Da qui la domanda su cosa s’è perso in questi 50-60 anni. Cantava Piero Ciampi, ‘Non c’è più l’America’”.
Uno spettacolo di teatro canzone è stato pure “Uomini si diventa” con Alessio Boni sul tema dei femminicidi e la violenza di genere
“Lavoro molto forte e molto angosciante, anche per noi che lo portavamo in scena. Farlo è stato un atto necessario, ma ora il bisogno di un po’ di leggerezza. Così, dopo ‘Canzoni sul saper vivere ad uso delle nuove generazioni’ potrei mettere in cantiere uno spettacolo di teatro canzone decisamente più lieve. Anche per liberare il cialtrone che mi porto dentro e spinge sempre per uscire”.
Il nonno dei suoi figli le ha dato l’Ok?
“Sì. Mio suocero è anche uno dei miei cardiochirurghi. Quando m’ha salvato la vita non poteva certo immaginare che avrei sposato sua figlia. Due anni e mezzo fa, dopo un concerto a Padova, è venuto in camerino e m’ha detto di fermarmi specificando che me lo stava chiedendo non da medico, ma da nonno non ho potuto far altro che rispondergli, come Garibaldi, obbedisco”.
Ora, come sta?
“Il mese scorso ho fatto i controlli e mi sono sentito dire la frase che ho imparato ad amare di più: situazione stabile. Questo significa che per un annetto posso stare abbastanza tranquillo. E, se il suocero mi darà permesso, vorrei tanto festeggiare entro il 2026 i venticinque anni di un album molto importante per la storia dei Timoria come ‘El Topo Grande Hotel’ con un concerto rock”.
Rimanendo in argomento Timoria, quando le prospettano l’ipotesi di ritrovarsi sullo stesso palco con Francesco Renga risponde: “magari un giorno… come Page & Plant”
“Con Francesco ho spinto un paio di volte per fare qualcosa assieme. Viviamo un’epoca di grandi reunion, quindi perché no. Quest’anno, ad esempio, ho sognato di farla all’Ariston la sera dei duetti, visti i trentacinque anni del Premio della Critica incassato dai Timoria fra le Novità con ‘L’uomo che ride’. Sarebbe stato bello, ma Renga e al suo management non hanno avuto la stessa idea”.
Appuntamento solo rimandato?
“Ascoltandolo con attenzione, mi sono reso conto che Francesco è sempre più immerso nella nobile, e molto ben interpretata, musica leggera che porta sui palchi. Quindi rifare un album ‘Viaggio senza vento’ sarebbe schizofrenico anche per lui. Un’idea da giocarci al tempo della pensione potrebbe essere, però, quella di ritrovarci, come Page & Plant, in chiave acustica nei teatri. L’unplugged, infatti, potrebbe mettere un po’ pace tra le diverse anime dei Timoria”.
E tranquillizzare il suocero cardiologo.