Pasqua di guerra a Gerusalemme: “Negata la processione delle Palme, Israele ha chiuso il Santo Sepolcro”

Gerusalemme – Rischia di essere Pasqua solo sul calendario a Gerusalemme. La guerra condiziona riti e devozioni, connessi alla principale festività cristiana, come mai è accaduto nella storia recente della Terra Santa. Nell’odierna Domenica delle Palme non si terrà la tradizionale processione, che dal Monte degli Ulivi sale fino alla città vecchia; nei giorni scorsi le autorità israeliane avevano vietato per ragioni di sicurezza la Via Crucis. E, come se non bastasse, dal 28 febbraio scorso – giorno d’inizio delle operazioni militari israelo-statunitensi contro l’Iran degli ayatollah –, il Santo Sepolcro è sbarrato a fedeli e pellegrini. Mai era stato off limits per così tanto tempo.

“Fa male vederlo chiuso”, mormora padre Ibrahim Faltas, 62enne religioso francescano, vicario della Custodia di Terra Santa dal 2022 al 2025. “Chi provoca e organizza le guerre – ammonisce – non dovrebbe rimanere al caldo di case e uffici confortevoli, ma dovrebbe camminare fra le sofferenze di esseri umani che hanno fame, freddo e non hanno cure; guardare il terrore negli occhi di bambini che hanno gli stessi occhi e diritti dei loro figli e dei loro nipoti”. Non c’è alcuna giustificazione possibile nell’offensiva contro Teheran, anzi “sembrerebbe” che quest’ultimo conflitto sia un’arma di distrazione di massa per far calare il silenzio sulla tragedia di Gaza.

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È una Pasqua negata quella in Terra Santa?

“Le restrizioni non mancano, purtroppo. La processione, che introduce alla Settimana santa, è stata cancellata, non è stato possibile vivere in unità il cammino del tempo forte della Quaresima, né percorrere la Via Dolorosa per la devozione della Via Crucis, tanto cara ai pellegrini e ai fedeli locali”.

Pensa che nelle prossime ore la situazione possa evolvere in positivo?

“Lo spero fortemente. Sono responsabile per la Custodia di Terra Santa delle relazioni fra lo Stato d’Israele e lo Stato della Palestina. Sono in continuo contatto con le autorità israeliane e mi auguro di poter almeno celebrare i riti della Settimana Santa al Santo Sepolcro anche con un numero ristretto di fedeli locali. La Santa Pasqua non può essere negata al popolo di Dio”.

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Quanto sta incidendo il contesto geopolitico in Medio Oriente sui pellegrinaggi in Terra Santa?

“È impossibile organizzarli e anche solo pensarli. Gli aeroporti sono chiusi e le maggiori compagnie aeree hanno cancellato i loro voli su Israele per un lungo periodo”

Quali sono le ripercussioni sulla popolazione cristiana di Gerusalemme?

“Senz’altro pesa la mancanza di lavoro per chi è impegnato nel settore del turismo. Chi ha perso il lavoro è costretto a lasciare questi terrirori per sostenere le proprie famiglie”.

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C’è un disegno di Tel Aviv per liberare la Terra Santa dai cristiani?

“Non credo ci sia una precisa volontà, come non penso si tratti di una guerra ’di religione’. È una situazione che, fra conflitti e tensioni, dura da troppo tempo e alla quale la comunità internazionale non è riuscita a trovare una soluzione dignitosa per due popoli che soffrono da decenni”.

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C’è bisogno di un intervento più incisivo e diretto del Papa per un cessate il fuoco?

“Il Santo Padre, come papa Francesco, continuamente si appella ai potenti del mondo per chiedere la pace e un cessate il fuoco definitivo. Sono certo che non solo chiede di tornare al dialogo e ad una mediazione seria, ma vigila perché la strada della diplomazia sia più veloce e costruttiva per arrivare a soluzioni pacifiche”.

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Non viene preso sul serio, dunque?

“Con ogni mezzo, il Santo Padre è vicino alle sofferenze della Terra Santa, i suoi interventi denotano la sofferenza di un padre. Andrebbe ascoltato con attenzione”.

Sì augura una visita di Leone XIV a Gerusalemme per invertire il senso della storia?

“Magari. Gliel’ho già chiesto quando l’ho incontrato in più occasioni. Mi ha risposto con un sorriso. Sono certo che verrà appena potrà. Inshallah!”.