Pensioni, “ipoteca sul futuro”: la demografia presenta il conto

Roma, 19 febbraio 2026 – Il paradosso italiano è tutto qui: spendiamo più di tutti in Europa per pensioni, ma lavoriamo con salari tra i più bassi e, per chi oggi entra nel mercato del lavoro, la pensione promette di coprire una quota molto più piccola dell’ultima busta paga. È la sintesi del Focus Censis–Confcooperative “Pensioni, ipoteca sul futuro?”, che mette in fila numeri capaci di spostare il dibattito dal terreno delle bandierine ideologiche a quello della sostenibilità sociale.
Il dato simbolo è il confronto “padre-figlio”: un lavoratore del settore privato che è andato in pensione a 67 anni nel 2020, dopo 38 anni di carriera continuativa iniziata nel 1982, può contare su un tasso di sostituzione netto dell’81,5% (rapporto tra prima pensione e ultima retribuzione). Suo figlio o figlia, oggi trentatreenne, entrato nel mercato del lavoro nel 2022 e con la stessa ipotesi di continuità contributiva e stessa età di uscita, nel 2060 avrebbe un tasso di sostituzione del 64,8%. Tradotto: quasi 17 punti percentuali in meno. E soprattutto raddoppia la distanza tra ultima busta paga e prima pensione: dal 18,5% al 35,2%.

Non è una proiezione “catastrofista”, ma l’effetto combinato di almeno tre dinamiche: la transizione al contributivo, carriere più discontinue e retribuzioni deboli. Qui si inserisce un altro numero che pesa come un macigno: l’Italia è terzultima in Europa (venticinquesima) per quota dei salari sul PIL, appena il 28,9%, contro il 44,9% della Germania, il 38% della Francia e il 37,1% della Spagna. È una fotografia di lungo periodo, non un incidente congiunturale: significa che per decenni la torta si è ridistribuita poco verso il lavoro e molto altrove, rendendo più difficile far crescere contributi e montanti pensionistici.
Il problema, però, non è solo “quanto si versa”, ma anche quanti saremo a versare. La “bomba demografica” citata dal rapporto indica che tra il 2025 e il 2050 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si ridurrà di 7,7 milioni di unità (-20,5%). È il punto più politico del dossier: meno lavoratori significa meno contributi, meno crescita potenziale, più pressione su chi resta e più rischio che le disuguaglianze diventino strutturali.
In questo quadro, l’Italia si porta dietro anche l’altra faccia del paradosso: la spesa pensionistica in rapporto al PIL è la più alta dell’Unione europea, al 15,5% nel 2023 (contro il 12,3% di media UE). È un dato che non nasce da “pensioni d’oro” diffuse, ma dall’invecchiamento demografico, dalla numerosità della platea dei pensionati e dalle scelte stratificate negli ultimi decenni. Il risultato è che la coperta è corta due volte: perché sostenere l’oggi costa molto e, al contempo, il domani si preannuncia più magro.
Il Focus insiste anche su un elemento spesso sottovalutato quando si parla di previdenza: la povertà lavorativa. Nel 2024 il 10,3% degli occupati tra 18 e 64 anni è a rischio povertà, circa 2,4 milioni di persone; tra i giovani 20-29 anni sale al 12% (349 mila). Se il lavoro non protegge dalla povertà, è difficile immaginare che possa garantire una vecchiaia sicura: salari bassi oggi significano pensioni basse domani, anche con carriere “regolari”.
Qui entrano in gioco le fratture interne al mercato del lavoro. Il rapporto segnala un gender pay gap del 29,1%: nel privato la retribuzione lorda media annua è 24.486 euro, ma gli uomini sono a 27.967 e le donne a 19.833 (oltre 8 mila euro di differenza). C’è poi un divario generazionale netto: a parità di qualifica, i junior (20-34 anni) guadagnano il 39,8% in meno dei senior (over 50), quasi 11.880 euro annui in meno. Se sommiamo salari più bassi, ingressi più tardivi e carriere spezzettate, il destino previdenziale delle nuove generazioni diventa un esercizio di aritmetica più che una promessa sociale.
Che cosa implica tutto questo per la politica economica? Prima di tutto una lezione: le pensioni non si “aggiustano” solo con la leva dell’età o con interventi spot sulle uscite. La partita è molto più larga e riguarda il modello di crescita. Se la quota salari sul PIL resta compressa, se produttività e retribuzioni non ripartono, ogni riforma previdenziale rischia di inseguire il problema invece di risolverlo. In secondo luogo, c’è un’urgenza di sistema: aumentare l’occupazione stabile e la partecipazione al lavoro, soprattutto femminile; ridurre la povertà lavorativa; rendere più robuste le traiettorie contributive; e affrontare la demografia con politiche familiari e migratorie coerenti, perché senza “massa lavoro” il welfare diventa matematicamente più fragile.
Il terzo fronte è culturale e finanziario: la previdenza complementare. Se il tasso di sostituzione del primo pilastro scende, il secondo pilastro (fondi pensione, strumenti integrativi) smette di essere un accessorio e diventa una necessità, soprattutto per i giovani. Ma perché funzioni davvero servono informazione, fiducia e capacità di risparmio: proprio ciò che i salari bassi e la precarietà erodono.
Il rischio, in definitiva, è che l’“ipoteca sul futuro” descritta dal Censis si trasformi in un patto generazionale implicito ma rovesciato: chi è già in pensione va protetto per ragioni di equità e stabilità sociale; chi lavora oggi regge un carico alto; chi entrerà domani rischia di pagare due volte, con stipendi deboli e pensioni più leggere. Spezzare questo schema significa riportare al centro la qualità del lavoro e la crescita: perché, alla fine, la sostenibilità della previdenza non è solo un problema di contabilità pubblica, ma il riflesso di come un Paese remunera il lavoro, organizza le carriere e mette in sicurezza la propria base demografica.