Perché Xi Jinping ha incontrato il leader dell’opposizione di Taiwan

Pechino, 10 aprile 2026 – Un incontro storico ha avuto luogo a Pechino: il leader cinese Xi Jinping ha ricevuto oggi Cheng Li-wun, leader del Kuomintang, il principale partito d’opposizione di Taiwan e fondatore della nazione ‘ribelle’ dalla Repubblica popolare, a seguito della sconfitta contro l’esercito di Mao nel 1949. L’incontro, avvenuto nella prestigiosa Grande sala del popolo, rappresenta il primo faccia a faccia di questo livello negli ultimi dieci anni e giunge in un momento di estrema fragilità per gli equilibri nello Stretto, a poche settimane dall’attesa visita del presidente statunitense Donald Trump in Cina.

Durante il colloquio, Xi Jinping ha evocato lo spettro delle tensioni internazionali per sottolineare la necessità di un fronte comune tra Pechino e Taipei contro le spinte secessioniste. “Il mondo di oggi è lungi dall’essere pacifico e la pace è tanto più preziosa”, ha dichiarato Xi, ribadendo la ferma opposizione della Cina all’indipendenza dell’isola, considerata da Pechino una provincia ribelle da riunificare, se necessario anche con la forza. Il leader cinese ha utilizzato toni improntati alla fratellanza etnica, affermando che “i compatrioti su entrambi i lati dello stretto sono popolo cinese e un’unica famiglia”, aggiungendo che Pechino è pronta a collaborare con le forze politiche taiwanesi sulla base del comune rifiuto dell’indipendenza.

Come riportato dalla Cnn, questo storico viaggio di Cheng Li-wun si inserisce in un contesto in cui il Partito democratico progressista, attualmente al potere a Taiwan, si trova stretto tra l’incudine della pressione militare cinese e il martello delle richieste di Washington. Il governo di Taipei è infatti sotto pressione per approvare un massiccio piano di spesa per la difesa da 40 miliardi di dollari, un provvedimento che il Kuomintang ha finora bloccato in parlamento, preferendo una linea di dialogo e distensione con il colosso continentale. Cheng ha descritto la sua visita come un “viaggio storico per la pace”, esprimendo la speranza che “attraverso gli sforzi instancabili dei nostri due partiti, lo Stretto di Taiwan non sarà più un punto focale di potenziale conflitto, né diventerà una scacchiera per interventi esterni”.

La missione del Kuomintang riflette anche i profondi timori che serpeggiano a Taipei riguardo alla natura transazionale della seconda amministrazione Trump. Molti analisti ritengono che Pechino stia cercando di capitalizzare la percezione che il presidente statunitense veda Taiwan più come una pedina in una disputa commerciale che come un alleato strategico a lungo termine. Durante la campagna elettorale, Trump aveva infatti suggerito che Taiwan dovrebbe pagare di più gli Stati Uniti per la propria “protezione” e aveva accusato l’isola di aver “rubato” il business dei semiconduttori all’America. Sebbene a febbraio sia stato raggiunto un accordo sugli investimenti nei chip, resta l’inquietudine per le richieste americane di spostare metà della produzione di processori avanzati su suolo statunitense.

A complicare ulteriormente il quadro è la crisi energetica globale innescata dal blocco iraniano dello Stretto di Hormuz. In una mossa definita “guerra cognitiva” dai funzionari di Taipei, Pechino ha recentemente offerto stabilità energetica a Taiwan in cambio dell’accettazione della sovranità cinese. Mentre il partito di governo continua a rifiutare le pretese di Pechino, il Kuomintang resta l’unico interlocutore riconosciuto dalla Cina grazie all’accettazione del Consenso del 1992, la formula diplomatica che riconosce l’esistenza di un’unica Cina pur permettendo interpretazioni divergenti. In attesa del summit di maggio tra Xi e Trump, il dialogo tra Pechino e l’opposizione taiwanese lancia un segnale chiaro: la Cina è pronta a offrire un’alternativa alla militarizzazione, ma solo alle proprie condizioni politiche.