Petrolio e gas alle stelle. La crisi di Hormuz infiamma i prezzi. Borse in rosso: bruciati 314 miliardi

Roma, 2 marzo 2026 – L’onda lunga della guerra in Iran di Usa e Israele arriva prima sui terminali energetici e poi nelle tasche di famiglie e imprese. Gli attacchi agli impianti del Qatar, il più grande hub mondiale del gas naturale liquefatto, i timori per Ras Tanura in Arabia Saudita, il colpo a un terminale di Abu Dhabi e le azioni nello Stretto di Hormuz, dove i Pasdaran sostengono di aver colpito anche una petroliera, hanno trasformato la crisi militare in uno choc economico immediato.

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Il dato geopolitico è chiaro: non siamo davanti solo a un episodio bellico regionale, ma a una minaccia diretta a una delle arterie centrali dell’energia globale. Il mercato, non a caso, ha reagito in tempo reale. In Europa il gas al Ttf di Amsterdam è schizzato ai massimi da oltre un anno, arrivando in giornata fino a 49 euro al megawattora e chiudendo con un balzo vicino al 40%; i future avevano toccato rialzi ancora più forti dopo lo stop annunciato da QatarEnergy a Ras Laffan. Sul petrolio il Brent è salito fino oltre 80 dollari, mentre gli analisti ritengono che finché resterà aperto il rischio Hormuz i prezzi resteranno tirati.

L’aumento di produzione deciso dall’Opec+ per aprile, 206 mila barili al giorno, per ora non basta a rassicurare: il problema non è l’offerta teorica, ma la possibilità concreta che greggio e Gnl non riescano a muoversi. È qui che la geopolitica diventa economia quotidiana.

Crosetto: “Da Hormuz il 20% del petrolio mondiale”

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in un’informativa alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato sottolinea come dallo stretto di Hormuz passi “il 20% del petrolio mondiale pari a 17-20 milioni di barili al giorno e oltre il 30% del Gnl. Già una riduzione parziale o un aumento percepito è sufficiente a creare un effetto immediato sui prezzi, con un aumento significativo sui costi dei trasporti fino al 30-40%”.

Tutte le esportazioni di Gnl di Qatar e Emirati transitano da lì e non hanno vere rotte alternative. Per questo il gas corre più del petrolio: se il greggio può contare su scorte, riserve strategiche e qualche percorso di bypass, sul Gnl i margini sono minimi.

Bruxelles convoca il coordinamento sul gas

Bruxelles ha già convocato per domani il gruppo di coordinamento sul gas, mentre per Paesi come l’Italia il rischio è particolarmente sensibile perché sono tra quelli europei più dipendenti dai flussi di Gnl che passano per Hormuz. Per l’Europa il danno è doppio. Da un lato le Borse hanno accusato il colpo: lo Stoxx 600 ha bruciato 314 miliardi in una sola seduta, con banche, auto e viaggi tra i settori più venduti. Dall’altro lato il continente paga la sua fragilità energetica: oggi dipende soprattutto dal Gnl importato, con gli Stati Uniti primo fornitore e il Qatar ancora importante.

Questo significa che l’impatto immediato può essere più di prezzo che di volumi, ma proprio i prezzi sono la materia di cui è fatta l’inflazione. E infatti la crisi complica già il quadro per Bce e Bank of England, costrette a guardare con più cautela ai prossimi tagli dei tassi.

Cosa cambia per i consumatori italiani

Per i consumatori italiani il primo segnale è già alla pompa. Il gasolio self service è salito a 1,728 euro al litro, ai massimi da un anno, e Staffetta Quotidiana avverte che il grosso degli aumenti deve ancora scaricarsi sui listini. Poi verranno bollette, trasporti e costi industriali: se il gas resta alto mentre l’Europa deve ricostituire gli stoccaggi per il prossimo inverno, la pressione sui prezzi può allargarsi a catena. La transizione energetica non ha ancora disinnescato il potere della geopolitica del fossile. E quando saltano insieme sicurezza e approvvigionamenti, la guerra entra direttamente nel carrello della spesa