Primarie del campo largo, rispunta il federatore. I leader frenano (ma si candidano). E Rosy Bindi spiazza tutti: “Ho un nome coperto”

Roma – Nel centrosinistra del post-referendum, più che un percorso condiviso sembra emergere una linea di faglia sempre più evidente. Il tema resta quello, sempiterno, della leadership. Da un lato c’è la fermezza di Elly Schlein, che rimanda a quando sancito dallo statuto del partito, chiarendo che il candidato premier dovrà essere espressione della coalizione di centrosinistra. Dall’altro, il ritorno di una suggestione che si pensava archiviata: quella del federatore.

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A riaprirla è Rosy Bindi, che si spinta anche oltre alimentando la suspense: “Io il nome ce l’ho in testa — se c’è una possibilità che questa cosa riesca è che il nome non lo faccia io”. Non è solo una proposta tecnica. È, piuttosto, la presa d’atto di un’impasse. Secondo l’ex ministra, né Schlein né Giuseppe Conte sarebbero in grado, da soli, di costruire quella sintesi politica necessaria a rendere competitivo il cosiddetto campo largo.

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MANIFESTAZIONE VITTORIA DEL NO REFERENDUM ROMA

Da qui l’idea di una figura terza: “Un federatore, facilitatore, grande mediatore”, capace di “apparecchiare la tavola” e costringere i leader a sedersi davvero. Un arbitro, ma anche un regista. Il punto, però, è tutto politico. Perché quella evocata da Bindi somiglia, nei fatti, a una sfiducia nella leadership esistente. E infatti al Nazareno, pur senza reazioni ufficiali, il segnale è arrivato forte e chiaro. Schlein aveva provato a chiudere la discussione pochi giorni fa: niente scorciatoie, niente figure calate dall’alto. “O si fa come la destra, ovvero chi prende un voto in più, oppure si fanno le primarie”. Tertium non datur.

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Eppure il dibattito si riapre. Anche perché attorno al nodo delle primarie non c’è affatto una linea comune. Ilaria Salis, europarlamentare Avs, è dalla stessa parte della sua omonima Silvia, sindaca di Genova: “Non sono necessarie, non sono qualcosa che ho in agenda ora”. Una posizione che, pur esprimendo una preferenza per Schlein rispetto a Conte, si allontana dal modello partecipativo rivendicato da una parte del Pd. Ancora più esplicito Clemente Mastella, che liquida le primarie con un “assolutamente no” e rilancia una logica di accordo tra leader: “Se Conte e Schlein si accordassero, basterebbe seguire quello prescelto”. Ma non rinuncia a una stoccata ironica, lasciando intendere che, in caso contrario, anche lui sarebbe pronto a scendere in campo. E soprattutto introduce un altro elemento nel puzzle: il profilo di un possibile federatore, indicando nel sindaco di Napoli Manfredi una figura adatta, “se si mettessero d’accordo”.

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Così, mentre Schlein prova a delimitare il campo e a imporre una cornice, il perimetro si allarga e si complica. La proposta di Bindi, più che unire, sembra aver riattivato tutte le ambiguità irrisolte: chi decide, con quale metodo, e soprattutto con quale legittimazione. Il rischio, sempre più concreto, è che la discussione sulle regole preceda — e soffochi — quella sui contenuti. E che, in assenza di una sintesi, il centrosinistra arrivi all’appuntamento elettorale ancora impegnato a scegliere chi debba apparecchiare la tavola, senza aver deciso cosa servire.