Roma, 1 aprile 2026 – Chi più ne ha più ne metta. Pierluigi Bersani, Franco Gabrielli, Gaetano Manfredi, Andrea Riccardi, Ernesto Maria Ruffini, Silvia Salis sono solo i nomi più noti e che ricorrono di più. Sta di fatto che dall’ebbrezza del successo referendario sta germogliando un florilegio di candidature per la corsa alla guida del centrosinistra, oltre che della sua anchilosata gamba centrista che non sboccia, in realtà e a ragion veduta ristretta alla contesa e i veti incrociati tra la segretaria dem Elly Schlein e l’ex premier 5 stelle Giuseppe Conte, usciti diversamente vincenti, insieme alle rispettive forze politiche, dalle urne del 22 e 23 marzo come da buona parte dei precedenti accordi politici siglati su governatori e sindaci.
A meno che ovviamente non esca a sorpresa quella figura unitaria di gendarme svizzero o papa straniero federatore da molte auspicata sia dentro che fuori il Pd, ma ancora lungi dal pervenire credibilmente a destinazione. Il fatto è che la concorrenza e i veti incrociati tra Schlein e Conte rischiano davvero di risultare ad autocombustione. Tanto è vero che si vagheggiano papi stranieri come l’ex segretario del laico Bersani e l’ex ministro degli esteri cattolico (di Sant’Egidio) Riccardi, in vero più plausibile per il Colle. Ma anche sindache come quella di Genova Salis (in vero l’unica amministratrice fortemente in pista dopo una stagione di protagonismo) e guardie svizzere come il sempre più vagheggiato ex capo della Polizia Gabrielli: assai apprezzato per le posizioni sul referendum e considerato un’alternativa efficace contro le politiche securitarie targate Giorgia Meloni.
Nel giorno stesso del successo referendario l’ex premier ha lanciato la propria disponibilità alle primarie identitarie dei dem. E Schlein, che da primarie aperte è emersa nel 2023 rispetto al voto degli iscritti, non ha potuto che accettare la sfida. Anche se al Nazareno non è sfuggito il gioco del leader 5 Stelle che, in forza dei risultati referendari e l’insediamento al Sud del movimento, oltre che della propria popolarità di ex premier, confida di prevalere in una consultazione più aperta possibile sia nel voto ai gazebo che online. Difatti dal Pd e lo stesso entourage della segretaria hanno morso di giorno in giorno più il freno. Anche se i più immagino che le primarie saranno l’esito “inevitabile”.
Schlein: disponibile alle primarie se sceglieremo questa modalità
Sia dentro che fuori i dem c’è chi resiste con ancor più tenacia e argomenti: primo fra tutti il rischio di uno scontro lacerante che lasci “morti e feriti sul campo, non esistendo in vero precedenti se non lo scontro locale tra Boccia e Vendola e l’investitura di Prodi con legittimazione di Bertinotti nel 2005/6. Perciò si vagheggia appunto una figura che unifichi una coalizione necessariamente più larga dell’attuale campo costituito da Pd, Avs, M5s e estesa alla farraginosa gamba centrista. In quest’ottica l’ex fondatrice dem Rosy Bindi pensa a Bersani, ma forse anche a Riccardi. Mentre dai banchi parlamentari dem si sente ricorrere sempre di più il nome di Gabrielli, col sindaco di Napoli Manfredi (come quello di Roma Roberto Gualtieri) considerati carte di riserva da mettere eventualmente in campo dopo le elezioni per guidare un esecutivo con nulla osta 5 Stelle e capacità di guardare ai moderati. Senza tacere Giovanni Bachelet, che ha guidato il No, e soprattutto l’altro ex premier Paolo Gentiloni, a sua volta più quirinabile che altro.
Altra cosa, invece, la federazione della gamba centrista. Per questa sarebbero in lizza Ruffini – che nelle intenzioni di Romano Prodi avrebbe dovuto invece unire tutti –, lo stesso Bachelet, il sindaco di Milano Beppe Sala, il redivivo ma refrattario leader della Margherita Francesco Rutelli, l’ancor più riluttante Salis e altri ancora, come l’assessore romano Alessandro Onorato (vicino al dem Gianfranco Bettini). Con Clemente Mastella e non solo pronti alla corsa delle primarie per misurare e rivendicare come debito la propria rappresentanza parlamentare.