Ogni generazione cresce cercando una bussola. A volte la trova nei genitori, a volte negli insegnanti, altre ancora – e forse è un rifugio quando la solitudine incombe – nei libri. La letteratura serve anche a questo: a illuminare i punti bui e a mettere ordine nel disordine. Serve a dire ai più giovani che il dolore non è una condanna, ma un territorio da attraversare. Di questo abbiamo parlato nell’ultima puntata del vodcast Il Piacere della Lettura, con Germano Antonucci, autore de La ragazza di luce (Terrarossa), un romanzo che somiglia a una ferita e insieme a una promessa.
Antonucci racconta una storia difficile da classificare: romanzo di formazione, realismo magico, avventura emotiva. Tre adolescenti – Nina, Ruben e Niccolò – vivono in un paese devastato da una “catastrofe”. Ventisette morti, case spazzate via, un’intera comunità che prova a ricominciare. Ma i ragazzi non si accontentano delle verità degli adulti. “Cercano di scoprire cosa è realmente successo”, spiega lo scrittore. Nina vuole capire che fine abbia fatto la madre: tutti dicono che sia morta, ma nessuno ha mai trovato il suo corpo; Ruben prova a ricucire un rapporto con un padre che non c’è più. È un viaggio per tornare al mondo.
Al centro del libro c’è un’apparizione misteriosa, la ragazza di luce, vista la notte della catastrofe. “È un segnale di speranza – dice Antonucci – ma anche uno specchio: ognuno ci proietta il proprio dolore”. La frana è reale, ambientata in un centro Italia immaginario, eppure è soprattutto metafora di una generazione travolta dagli errori degli adulti. “È un appello ai ragazzi a non accontentarsi”, confessa. Non a caso il romanzo si apre con Nina che tenta di scavalcare una rete: primo gesto di ribellione contro le regole imposte.

Dall’intervista emerge con forza un tema: gli adulti hanno smarrito la strada. “Oggi la saggezza è spesso dei giovani”, dice Antonucci con disarmante sincerità. Nessun personaggio adulto del libro è davvero salvifico. Zio Ettore, i genitori, la comunità: tutti faticano a guardare in faccia la realtà. I ragazzi, invece, hanno il coraggio di farlo. Da qui nasce una scrittura essenziale, concreta, capace di tenere insieme quotidiano e visionario, fede e laicità, logica e mistero.
E poi c’è Miriam, la madre di Nina: guaritrice, strega, figura libera e scomoda. Tre sassi magici come eredità, simbolo di un destino da addomesticare. “Attraverso di lei – spiega l’autore – c’è anche una rivendicazione dell’essere donna, in qualunque forma”. Non religione, dunque, ma spiritualità: un romanzo aperto, che lascia al lettore la scelta tra miracolo e spiegazione razionale.
Alla fine chiedo ad Antonucci quale miracolo vorrebbe dalla sua ragazza di luce. Sorride: “Vorrei che regalasse ai giovani il coraggio di Nina”. Forse è proprio questo il compito dell’arte: insegnarci a superare le reti, a non smettere di cercare verità. I libri non danno risposte, ma strumenti. E uno degli strumenti di questo romanzo è capire le nuove generazioni, credere nel loro talento e nel loro istinto, perché è così che forse si può ritornare alla luce.