Referendum, quanto mi costi. Scrutatori, schede, voto all’estero: tutte le spese che sosteniamo

Roma, 22 marzo 2026 – Mentre il dibattito politico si infiammava sulla separazione delle carriere e la riforma del Csm, la macchina burocratica dello Stato aveva già messo in moto un ingranaggio da decine di milioni di euro per il referendum 2026. Votare ha un prezzo, e per la consultazione costituzionale confermativa del 22 e 23 marzo 2026, il bilancio pubblico sostiene un onere che, tra costi diretti e indiretti, riflette la complessità dell’esercizio democratico in un Paese di 51 milioni di elettori.

La stima dei costi: oltre 80 milioni di euro

Secondo le proiezioni basate sulle recenti circolari del Ministero dell’Interno, il costo complessivo della sola macchina organizzativa per questa tornata referendaria si attesta su 82-85 milioni di euro. Una cifra che, sebbene lontana dalle stime ‘gonfiate’ di 400 milioni circolate in passate polemiche politiche, rappresenta un investimento significativo per le casse dell’Erario. La voce di spesa principale è rappresentata dal funzionamento dei 61.540 seggi elettorali sparsi su tutto il territorio nazionale. Qui, la novità del 2026 è rappresentata dall’incremento dei compensi per i componenti degli uffici elettorali. Per far fronte al prolungamento dell’orario di voto (che si chiuderà lunedì alle 15:00), è prevista una maggiorazione del 15% sugli onorari fissi forfettari. In termini pratici, il presidente di seggio percepirà 149,50 euro, mentre per segretari e scrutatori il compenso sale a 119,60 euro. Solo per questa voce, lo Stato stanzia circa 39 milioni di euro.

Logistica e italiani all’estero: le voci ‘invisibili’

Ma la democrazia non vive di soli scrutatori. Il capitolo logistico è una giungla di micro-costi che, aggregati, pesano per diversi milioni. La stampa delle schede, il trasporto dei materiali verso Prefetture e Comuni, l’allestimento delle cabine e persino la fornitura di matite copiative (una spesa specifica stimata in circa 133.000 euro) compongono il mosaico della spesa. Un peso rilevante è poi attribuito al voto degli italiani all’estero. Con oltre 5,5 milioni di iscritti all’AIRE, l’invio delle cartoline di avviso e dei plichi elettorali tramite posta prioritaria internazionale rappresenta un costo fisso che sfiora i 25 milioni di euro. A questo si aggiungono le agevolazioni tariffarie per i viaggi ferroviari, marittimi e aerei per chi decide di rientrare in Italia per votare, rimborsate dallo Stato alle società di trasporto.

L’incognita del mancato ‘election day’

Dal punto di vista dell’efficienza della spesa pubblica, il vero nodo resta l’assenza di un accorpamento con altre tornate elettorali. Storicamente, la contestualità tra referendum e amministrative permette risparmi fino al 40% grazie alla condivisione delle spese di allestimento e dei compensi ai seggi. La scelta di una data isolata per il referendum costituzionale comporta che l’intero apparato debba essere attivato appositamente, aumentando i costi anche considerando che fra 2 mesi sono previste le comunali in moltissimi comuni italiani.

Il valore della scelta

Se il costo “vivo” della consultazione è quantificabile, più complesso è valutare l’impatto economico della riforma oggetto del voto. Il passaggio a due Csm separati e l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare richiederanno, in caso di vittoria del ‘Sì’, lo stanziamento di nuovi fondi strutturali per l’edilizia giudiziaria e il personale amministrativo di supporto. Gli 82 milioni di euro che gli italiani ‘pagheranno’ non sono dunque solo il prezzo di un fine settimana alle urne, ma il costo di un diritto costituzionale.