Santanchè (in trincea) scaricata da Meloni, l’effetto domino del referendum: la premier accelera la ristrutturazione del governo

Roma – «Santanchè faccia la stessa scelta». Con queste parole, la premier Giorgia Meloni ha di fatto «scaricato» Daniela Santanchè, all’indomani dell’esito del referendum sulla giustizia. La giornata di ieri ha segnato il punto di rottura definitivo di un rapporto teso da tempo: la Presidente del Consiglio ha chiesto ufficialmente a Daniela Santanchè di rassegnare le proprie dimissioni da ministra del Turismo, in un momento di estrema fragilità per l’esecutivo, travolto da un effetto domino che ha colpito simultaneamente i vertici di via Arenula e i gangli vitali della maggioranza.

Giorgia Meloni e Daniela Santanchè
CONFERENZA STAMPA PRESIDENTE FRATELLI D’ITALIA MELONI

La richiesta di passo indietro per la ministra non è l’unico scossone di una giornata convulsa. In poche ore, il ministero della Giustizia ha perso due delle sue figure più rilevanti: il sottosegretario Andrea Delmastro e il capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi. Se per Bartolozzi le dimissioni appaiono legate a una divergenza tecnica sulla gestione post-referendaria, per Delmastro la scelta è arrivata dopo mesi di logoramento mediatico e giudiziario. La concomitanza di questi tre addii delinea una ristrutturazione forzata della compagine governativa, resa inevitabile dal nuovo scenario politico tracciato dalle urne referendarie, che ha imposto una accelerazione nelle decisioni interne alla maggioranza per evitare una paralisi legislativa.

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L’uscita di scena di Daniela Santanchè chiuderebbe una parabola politica segnata da una lunga e tenace resistenza istituzionale. La cronistoria delle sue vicende giudiziarie ha rappresentato per mesi un elemento di tensione costante tra via del Collegio Romano e Palazzo Chigi, trasformando ogni apparizione pubblica della ministra in un caso politico. Il percorso che ha portato alla rottura definitiva si è articolato su tre fronti principali, che hanno minato la sua credibilità agli occhi degli alleati. Il primo pilastro del crollo è il caso Visibilia. L’inchiesta madre, relativa alle società del gruppo editoriale fondato dalla Ministra, è sfociata all’inizio del 2025 in un rinvio a giudizio per falso in bilancio. Al centro delle indagini dei magistrati milanesi vi sono presunte irregolarità nelle comunicazioni sociali tra il 2016 e il 2022, volte, secondo l’accusa, a nascondere lo stato di crisi irreversibile delle aziende e a rassicurare indebitamente il mercato.

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A questo si è aggiunto il filone della truffa aggravata all’Inps. Un’indagine insidiosa che ha riguardato la gestione della cassa integrazione a zero ore durante l’emergenza Covid-19. L’ipotesi accusatoria è che i dipendenti risultassero ufficialmente a riposo forzato, percependo i sussidi statali, pur continuando a prestare servizio effettivo negli uffici della senatrice. Infine, la posizione della ministra si è ulteriormente aggravata con l’iscrizione nel registro degli indagati per il fallimento della società Bioera, di cui era stata presidente fino al 2021, con l’ipotesi di bancarotta che ha reso la sua permanenza nel Gabinetto un onere politico non più sostenibile.

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Il punto è che la ’pitonessa’, fino alla serata, non ha avuto nessuna intenzione di seguire la chiara indicazione della premier. Una scelta che segna peraltro un cambio di registro anche comunicativo non da poco rispetto alla protezione riservata finora, anche al di là della logica, dalla premier a tutti i membri del governo e del partito. «Era ora» esultano le opposizioni, con la capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga, che minaccia una mozione di sfiducia qualora Santanchè dovesse resistere anche alla richiesta della premier. Il nome della ministra del Turismo era stato evocato d’altronde per tutto il giorno dalle opposizioni, anche e soprattutto dopo la notizia delle dimissioni di Bartolozzi e Delmastro. Dovesse arrivare l’esito che a questo punto appare inevitabile, la sfida successiva per la premier sarà trovare un sostituto di peso che possa garantire la continuità dell’azione di governo, cercando di ricucire lo strappo con un elettorato scosso dai recenti sviluppi.