Era il 9 febbraio 1992 quando Teo Teocoli aprì la prima puntata su Italia 1 con una frase semplice e insieme profetica: “Benvenuti a Scherzi a Parte, una trasmissione di scherzi… come dice il titolo”. Da quella sera sono passati trentatré anni. Il programma ideato da Fatma Ruffini, produttrice storica della rete (Non è la Rai, Grande Fratello, Karaoke, Tra Moglie e Marito, Il gioco delle Coppie) e Salvatore De Pasquale, in arte Depsa, ha attraversato decenni di televisione italiana lasciando un segno che va ben oltre gli ascolti e i palinsesti.
Sei su Scherzi a Parte
C’è stato un momento in cui la trasmissione era talmente entrata nel linguaggio quotidiano da imporre un’espressione che tutti, almeno una volta, hanno usato. “Sei su Scherzi a Parte”. Non è solo una frase televisiva, una metafora collettiva per descrivere qualunque situazione assurda, paradossale, incredibile.
Una trasmissione che trovò citazioni anche al cinema. In anni ’90, quando Massimo Boldi era il conduttore di una rete TV scambia il tradimento della moglie per uno scherzo televisivo…
Stasera, lunedì 2 marzo, quella frase torna in prima serata su Canale 5, con Max Giusti al timone di quella che si annuncia come un’edizione-svolta, o almeno come un banco di prova decisivo.
La storia di Scherzi a Parte
La storia di Scherzi a Parte è la storia di un format capace di reinventarsi pur rimanendo fedele a una formula elementare: cogliere di sorpresa qualcuno di famoso, spingerlo verso una situazione sempre più assurda, e infine rivelare lo scherzo. Un meccanismo che prende le mosse dall’americana Candid Camera (un pensiero a Nanni Loy, il primo a proporre il format in Italia ormai 50 anni fa) ma che ha trovato in Italia una sua identità precisa, costruita attorno alla complicità di amici, colleghi e congiunti delle vittime, alla credibilità delle messe in scena, alla capacità di far emergere il lato umano, autentico, spesso imprevisto, di personaggi che il pubblico crede di conoscere.
Una delle prime vittime della storia del programma fu Giorgio Faletti. Il comico si ritrovò su un taxi guidato a sua insaputa da Holer Togni uno stuntman, tra sbandamenti, investimenti finti, un carretto distrutto, un muro abbattuto. Quando alla fine il finto tassista chiese il pagamento della corsa, Faletti rispose che invece delle lire avrebbe elargito solo “venticinquemila calci nel culo”. Una reazione che sintetizzava già tutto lo spirito del programma: non la cattiveria dello scherzo, ma la verità della reazione.
Nella stessa prima edizione, Marco Balestri ideò lo scherzo fisso “L’Italia che canta”, dove i cantanti venivano convinti di essere in collegamento in diretta con decine di milioni di telespettatori all’estero, salvo poi trovarsi alle prese con basi che acceleravano, palchi che si alzavano e poltrone che si surriscaldavano. Tra le vittime: Pupo, Orietta Berti, Little Tony, i Dik Dik. Balestri raccontò spesso di avere perso amicizie e lavoro. Perché chiunque lo incrociasse temesse di essere preso per il culo…

Un successo travolgente
Il successo fu immediato e travolgente. Dalla seconda edizione il programma si trasferì su Canale 5, dove rimase stabile per tutti gli anni Novanta e i primi anni Duemila. I conduttori si alternarono con una certa creatività: Teo Teocoli fu il volto più longevo, con sei edizioni all’attivo, ma nel corso degli anni sfilarono nomi come Gene Gnocchi, Pamela Prati, Massimo Boldi, Massimo Lopez, Simona Ventura, Lello Arena, Elenoire Casalegno, Michelle Hunziker, Manuela Arcuri, Diego Abatantuono, Claudio Amendola, Belen Rodriguez con Teo Mammucari, e molti altri ancora. Ogni nuovo conduttore portava con sé un registro diverso, una temperatura emotiva diversa, e questo contribuì a tener vivo il programma anche nelle stagioni meno ispirate.
Perché di stagioni meno ispirate ce ne furono. Non tutte le edizioni di Scherzi a Parte si ricordano con lo stesso affetto. L’edizione del 2012, ribattezzata Scherzi a Parte Varietà e condotta da Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, segnò un tentativo di rinnovamento: forse troppo coraggioso per il pubblico che non rispose con entusiasmo preferendo cose molto peggiori e banali.
Quella del 2015, realizzata in collaborazione con Le Iene e condotta da Paolo Bonolis, fu un esperimento interessante ma radicalmente diverso dallo spirito originale: gli scherzi venivano mostrati nella loro preparazione, con Bonolis che introduceva i video con monologhi comici e poi accoglieva le vittime su una panchina in studio. Un format più riflessivo, cauto e vigile. Meno adrenalinico.
Bonolis tornò anche nel 2018 per una versione più classica, quattro puntate nel novembre di quell’anno. Poi Enrico Papi, per due stagioni consecutive nel 2021 e nel 2022, con esiti alterni: la prima edizione fu un ritorno atteso e discretamente accolto, la seconda si chiuse con una media intorno al 12,7% di share, un risultato che Mediaset non poteva considerare soddisfacente. Papi non fu richiamato. E la trasmissione sparì dal palinsesto fino a oggi…
Scherzi a parte e polemiche vere
Nel mezzo, alcune polemiche che non si possono ignorare. Scherzi a Parte ha sempre camminato su un confine sottile tra il divertimento e il fastidio, tra l’ironia e l’invasione. Nel 2021 lo scherzo ai danni di Gianfranco Vissani, che vedeva protagonisti finti ispettori ASL alle prese con le norme anti-Covid, scatenò una doppia ondata di critiche: contro lo chef per alcune esternazioni colorite durante la messinscena, e contro il programma per aver scelto di giocare su un tema che in quel periodo era una ferita collettiva estremamente pesante.
Nel 2018, invece, lo scherzo alla pornoattrice Malena, che si trovò a credere che un suo cliente fosse morto durante un appuntamento erotico, generò polemiche sui social non tanto per la reazione della diretta interessata, quanto per la scelta stessa di costruire un inganno attorno alla morte fittizia di una persona. Il web non perdonò. In entrambi i casi il programma superò le polemiche, ma la questione rimane: fino a dove può spingersi uno scherzo televisivo prima di diventare qualcosa di diverso?
Gullotta, Brosio, Zanicchi e Amendola
Fra gli scherzi che invece sono rimasti nella memoria collettiva come piccoli capolavori di televisione popolare, impossibile non citare quello a Leo Gullotta nella seconda edizione, quando l’attore si ritrovò alle prese con una finta tigre in uno scenario sempre più surreale. L’attore ammise di essere stato sul punto di essere colto da un collasso. Lo scherzo fu interrotto quando il malore – vero e non per scherzo – sembrava ormai imminente.
O quello, leggendario, a Paolo Brosio, che credette in buona fede di essere in collegamento telefonico con Papa Francesco, commovendosi fino alle lacrime. O ancora gli scherzi a Iva Zanicchi, a Vittorio Sgarbi, a Claudio Amendola, che anni prima di diventare conduttore del programma ne fu vittima: gli fecero credere che sua figlia avesse provocato un drammatico incidente stradale dopo avere rubato l’auto di casa per qualche guida in foglio rosa.
Personaggi noti presi alla sprovvista, spogliati momentaneamente di ogni armatura pubblica: è questo il cuore autentico di Scherzi a Parte, e anche la ragione del suo fascino duraturo.

Tocca a Max Giusti
Ed è su questo cuore che Max Giusti ha dichiarato di voler lavorare per la nuova edizione, introducendo però elementi di novità strutturale. Prima fra tutte: gli scherzi verranno raccontati come mini-film, con una voce narrante femminile — quella di Melina Martello, doppiatrice storica e voce italiana di Diane Keaton in numerosi film — che accompagna lo spettatore dentro la costruzione della beffa, rivelandone il gancio, il contesto, le reazioni di contorno.
Una narrazione più ricca, più stratificata, pensata per un pubblico abituato al second screen e a standard narrativi più esigenti. Per la prima volta, inoltre, accanto ai vip ci saranno anche persone comuni come vittime degli scherzi. E Giusti non si limiterà al ruolo di conduttore classico: in studio porterà le sue parodie, dando vita di puntata in puntata ad Alessandro Borghese, Cristiano Malgioglio, Aurelio De Laurentiis, a seconda di chi sarà la vittima di turno. Lo studio, con una platea di trecento persone, dovrà trasmettere l’atmosfera di un teatro, non quella di un set televisivo convenzionale.
Il test a rischio di Max Giusti
Giusti ha descritto questa edizione come la sua “migliore prestazione in prime time”, e come un programma in cui ha “tolto il freno a mano”, smesso di autocensurarsi per paura di esagerare. Parole che suonano sincere, e che raccontano anche di un percorso personale: gli anni con la Gialappa’s Band, i lavori teatrali, l’interpretazione del Marchese del Grillo, la maturazione di un comico che arriva a Mediaset con una consapevolezza diversa rispetto a come era partito.
Scherzi a Parte, rischi e opportunità
Eppure il contesto in cui questa edizione di Scherzi a Parte debutta non è privo di ombre. Da dicembre, Giusti conduce Caduta Libera nel preserale di Canale 5, e i risultati non sono stati quelli sperati. Il programma non riesce a competere con L’Eredità di Marco Liorni su Rai 1, che lo supera regolarmente con margini considerevoli. Gli ascolti del quiz, pur non catastrofici, hanno mostrato una traiettoria deludente rispetto alle aspettative, e le critiche hanno riguardato non solo i numeri ma anche la chimica tra Giusti e la co-conduttrice Isobel Kinnear, mai davvero sbocciata a differenza di quella tra Gerry Scotti e Samira Lui su La Ruota della Fortuna. Lo stesso Giusti ha ammesso in più interviste che la sfida è tosta, rivendicando però i dati del pubblico giovane tra i 25 e i 54 anni come un segnale positivo.
Stasera su Canale 5
Scherzi a Parte, per lui, è quindi qualcosa di più di un secondo programma. È un’occasione per dimostrare che il trasloco da Rai a Mediaset — e prima ancora dalle reti minori all’ammiraglia — non è stato una scommessa mal calibrata. La prima serata è un territorio diverso dal preserale: più competitiva, più esposta, ma anche più adatta al registro da comedian che Giusti dice di voler finalmente esprimere senza filtri. Se Caduta Libera è stato un abito non del tutto suo, Scherzi a Parte potrebbe essere il terreno in cui il suo talento si esprime più naturalmente.
Pier Silvio Berlusconi ha puntato su di lui con convinzione, rivendicandone pubblicamente la versatilità e l’affidabilità. Ma la televisione non funziona per decreto, e lo sanno tutti a Cologno Monzese. Questa sera, con Gabriel Garko, Lorella Cuccarini, Paolo Conticini, Francesca Barra, Gilles Rocca e la stessa Isobel Kinnear come prime vittime, comincerà a capirsi se l’investimento reggerà. Quattro puntate in prima serata, nel post-Sanremo, in un periodo in cui il pubblico televisivo è ancora scaldato dall’Ariston e relativamente ricettivo al grande intrattenimento generalista.
“Scherzi a Parte doveva diventare contemporaneo”, ha detto Giusti. È la promessa giusta. Adesso bisogna capire se la televisione, e soprattutto il pubblico, risponderà. Quella frase — “Sei su Scherzi a Parte” — ha resistito a trentatré anni di storia italiana. La domanda, stasera, è se saprà resistere anche alla prova del 2026.