Schlein detta la linea. La sua per tutto il Pd

Firenze, 22 febbraio 2026 – Pochi giorni fa Elisabetta Gualmini, europarlamentare eletta con il Pd, ha salutato la curva ed è passata ad Azione. Non è ancora chiaro se il suo addio sia vissuto dalla dirigenza schleiniana con sollievo oppure con preoccupazione in vista di possibili nuove partenze. Nel secondo caso, le parole dell’ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna dovrebbero sortire qualche effetto: «Schlein ha fatto un capolavoro. Si è presa tutto il partito e oggi ha una maggioranza del 92% in un partito che ha cambiato natura tanto che oggi lo spazio di agibilità politica per chi ha una visione più moderata e di governo, con una forte caratura in politica estera, si è molto ridotto».

Schlein ha rivendicato che la linea del Pd è una, anche se ha specificato che il partito che dirige è plurale e aperto a tutti, ci mancherebbe. Non sono parole molto diverse da quelle pronunciate dai suoi predecessori. Persino Matteo Renzi, considerato l’emblema del centralismo più o meno democratico del ventunesimo secolo, ha interpretato il ruolo di leader del Pd in questo modo. Sua la linea, sua l’organizzazione. Ma chi non condivideva la linea del Pd poteva andarsene. E così è successo proprio con Schlein, che ruppe con Renzi e si congedò. Anni dopo è tornata come segretaria, vincendo primarie aperte un po’ a tutti, compresi quelli di sinistra che non avevano mai votato Pd e che anzi vedevano nel Pd un avversario.

Quell’elettorato ha trovato una consistente rappresentanza nella composizione della segreteria nazionale del Pd, visto che Schlein ha accuratamente scelto, tre anni fa, personale politico che non faceva parte del partito che oggi dirige. Non aver fatto parte del Pd prima è sembrato quasi un criterio di scelta per la costruzione del gruppo ristretto che lavora con Schlein (da Marco Furfaro a Igor Taruffi, solo per citarne alcuni). Le elezioni politiche sono sempre più vicine e per Schlein rappresenterebbero la possibilità di completare l’opera, costruendo anche liste parlamentari schleinianamente compatibili.

Per questo l’addio di Gualmini potrebbe non essere un caso isolato. In queste settimane le cose effettivamente si sono mosse, soprattuto tra i cattolici del Pd. Sorvegliato speciale è Graziano Delrio, che pure nei giorni scorsi ha smentito nuove scissioni, almeno da parte sua: «La scissione non esiste. Da quando siamo nati non c’è mai stata una polemica, c’è stato un desiderio di contribuire. La pluralità e le minoranze fanno bene ai partiti… Non bisogna aver paura di tante voci, bisogna avere paura quando esse non sono disponibili a confrontarsi». Essere riformisti, ha aggiunto, «non vuol dire essere moderati, vuol dire essere radicali nelle scelte, ma sapere che la realtà si trasforma piano piano coinvolgendo più gente possibile». Ma davvero l’ex ministro dei Trasporti non sente il richiamo dei cattolici che ormai lavorano, fuori dal Pd, a una nuova «Cosa» centrista capeggiata da Ernesto Maria Ruffini? C’è da dire che quella «Cosa» ha un problema non secondario: le manca un padre nobile del centrosinistra che garantisca per lei (Romano Prodi, forse?). Le serve qualcuno che dica che il Pd oggi vive altrove e che Schlein non lo rappresenta. Altrimenti l’operazione rischia di essere ultra minoritaria.

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