Sky, Tanti piccoli fuochi, tutto quello che c’è da sapere sulla serie tratta dal bestseller di Celeste Ng

La serie, otto puntate, si apre con le immagini di una lussuosa casa devastata da un grande incendio. È la villetta della famiglia Richardson, lui dirigente, lei giornalista presso il quotidiano locale, una coppia con quattro figli che sembra uscita da una televendita americano dove tutto deve sembrare perfetto. La casa brucia mentre i pompieri annotano che ci sono punti di innesco multipli, possibile uso di accelerante. Tanti piccoli fuochi.

Tanti Piccoli Fuochi, l’inizio

Non è stato un incidente. Da quel flashforward prende corpo uno degli show più apprezzati degli ultimi anni,

Tanti piccoli fuochi — Little Fires Everywhere nell’originale americano è in programmazione in streaming su NOW, presente anche nella library on demand di Disney, a sei anni dalla sua uscita originale sulla piattaforma Hulu.

Otto episodi, cinque candidature agli Emmy, due protagoniste che sono anche produttrici esecutive. E dietro tutto, un romanzo che prima ancora di diventare serie era già diventato un caso letterario planetario.

Il romanzo: Celeste Ng e Shaker Heights

Per capire la serie bisogna partire dal libro. Tanti piccoli fuochi è il secondo romanzo di Celeste Ng, scrittrice americana nata a Pittsburgh nel 1980, laureata ad Harvard e al Michigan Institute, americana di origine cinese. Il romanzo è uscito negli Stati Uniti nel 2017 ed è arrivato in Italia l’anno successivo con la traduzione di Bollati Boringhieri.

È rimasto in cima alle classifiche americane per oltre sessanta settimane, è stato tradotto in trentotto paesi e nominato miglior libro dell’anno da testate come The Washington Post, Esquire e The Guardian. Un successo che aveva attirato l’attenzione di Reese Witherspoon ancor prima della pubblicazione, tanto che la sua casa di produzione, Hello Sunshine, ne aveva già acquisito i diritti.

Il dettaglio biografico non è secondario: Celeste Ng è cresciuta proprio a Shaker Heights, Ohio, la cittadina dove il romanzo è ambientato. Una comunità fondata su un insediamento quacchero, popolata da una maggioranza di democratici benestanti e convinti che la felicità sia il prodotto di regole rispettate, di prati tagliati all’altezza giusta, di facciate vittoriane impeccabili. Scriverne da dentro, con quella conoscenza diretta del perbenismo borghese del Midwest americano, è una scelta che si sente in ogni pagina.

La trama: due donne, due mondi, un incendio inevitabile

Elena Richardson (Reese Witherspoon) è la quintessenza di quella cittadina: giornalista part-time, madre di quattro figli adolescenti, moglie dell’avvocato Bill (Joshua Jackson, il Pacey di Dawson’s Creek, qui in una versione adulta e più sfumata), organizzatrice di comitati benefici, ossessionata dal controllo di ogni variabile della propria esistenza, comprese quelle intime — la routine sessuale con il marito è fissata su calendario: si fa sesso solo il mercoledì e il sabato.

Quando Mia Warren (Kerry Washington) arriva in città con sua figlia Pearl a bordo di una vecchia Dodge Caravan del 1990, Elena ne intuisce subito la natura di caso sociale da risolvere: le affitta un appartamento, le offre lavoro come domestica. Un gesto che si presenta come generosità e che è invece, fin dall’inizio, una forma di controllo travestita da solidarietà.

Mia è tutto ciò che Elena non è: artista freelance, nomade, afroamericana, immune al giudizio altrui, portatrice di un passato che custodisce come un segreto ingombrante. Le loro figlie si avvicinano, i figli Richardson si innamorano di Pearl, e le due famiglie cominciano a intrecciarsi in modi sempre più difficili da governare. La miccia si accende davvero quando nella comunità scoppia una battaglia legale: la migliore amica di Elena, Linda McCullough (Rosemarie DeWitt), vuole tenersi la bambina di origine cinese che ha adottato, mentre la madre biologica, una clandestina che si era pentita di averla abbandonata e che lavora come camerere nello stesso snack bat di Mia, la reclama davanti a un tribunale. Elena e Mia si trovano su fronti opposti, e da quel momento nulla torna a essere com’era.

Tanti Piccoli Fuochi, Reese Witherspoon e Kerry Washington
Tanti Piccoli Fuochi, le due protagoniste Reese Witherspoon e Kerry Washington – Credits Best Day Ever Productions (TVBlog.it)

Il cast e la doppia anima del progetto

Reese Witherspoon e Kerry Washington non sono solo le due protagoniste: sono anche produttrici esecutive dello show, insieme alla showrunner Liz Tigelaar (già nota per Revenge e Bates Motel) e alla regista Lynn Shelton, scomparsa tragicamente nel maggio 2020, poco dopo la messa in onda degli ultimi episodi. Shelton ha lasciato il segno nel modo in cui la serie è costruita visivamente e narrativamente: un equilibrio tra tensione domestica e dramma sociale che non scivola mai nel puro thriller ma non disdegna il mistero.

La Witherspoon porta in scena una performance nervosa, tesa, a tratti crudele senza volerlo sembrare: la sua Elena è convinta di essere dalla parte del bene, e proprio questa convinzione la rende il personaggio più inquietante dello show. Il paragone con Celeste di Big Little Lies è inevitabile — stessa archetipo di madre borghese sull’orlo di qualcosa — ma qui la scrittura è più spietata, la caduta più lunga. Kerry Washington costruisce invece Mia per sottrazione: ogni rivelazione sul suo passato arriva a contagocce, e la sua intensità espressiva divide la critica tra chi la trova magnetica e chi la trova sopra le righe. I personaggi dei figli — in particolare le versioni più giovani delle due protagoniste, affidate ad AnnaSophia Robb e Tiffany Boone — sono tra le rivelazioni più convincenti della serie.

I temi: maternità, razza, classe e la trappola della perfezione

Tanti piccoli fuochi fa molte cose contemporaneamente, e questo è insieme il suo pregio maggiore e il suo limite più discusso. La serie affronta maternità, adozione, aborto, razzismo strutturale, disparità di classe, bullismo, identità e precocità sessuale: temi che, ambientati nell’America degli anni Novanta, risultano ancora perfettamente attuali. Il vero motore narrativo è però la domanda impossibile che attraversa l’intera storia: cosa significa essere una buona madre? La serie non risponde. Mostra soltanto, con intelligenza, che non esistono risposte inattaccabili.

La scelta di rendere esplicita l’identità razziale di Mia — nel romanzo Ng aveva lasciato la questione deliberatamente ambigua — trasforma il conflitto tra le due donne in qualcosa di più politico e più contemporaneo. Il razzismo di Elena non è quello urlato e volgare: è il razzismo del buonismo, dell’aiuto condiscendente, del “ti offro lavoro in casa mia” come atto di carità verso chi si ritiene inferiore senza ammetterselo. Una scelta coraggiosa, che alza la posta in gioco rispetto al romanzo.

Perché guardarla (o recuperarla) adesso

Tanti piccoli fuochi non è una serie nuova: è uscita nel 2020 su Hulu e poi su Amazon Prime Video. Il fatto che Sky l’abbia acquisita e portata in catalogo a marzo 2026 è l’occasione per chi se l’era persa — e sono tanti — di recuperare uno degli show più densi e ben costruiti di quel periodo. Otto episodi di 52’ l’uno, nessun momento di noia, una regia curata e un’ambientazione anni Novanta ricreata con cura nei costumi, nella musica, nei dettagli visivi dei titoli di testa (che mostrano oggetti simbolo della storia prendere fuoco, uno dei più belli degli ultimi anni). Ogni episodio sviluppa un tema e mette a fuoco un personaggio.

Chi ha già letto il romanzo troverà una serie che espande il materiale di partenza senza tradirlo. Chi non l’ha letto, dopo aver visto la serie, probabilmente lo cercherà. Andando magari ad approfondire il sottotesto di Burning Down The House, scritta da da David Byrne per i Talking Heads che pensò il brano nel 1983 proprio in relazione alla società americana e alle personalità pretese dalla comune società, destinate a bruciare e a rinascere a nuova vita in nome di una libertà rimasta intrappolata dai luoghi comuni.