Roma – Un attacco destinato ad avere pesanti ripercussioni internazionali. Andrew Spannaus, editorialista e autore del podcast That’s America, in onda su Radio 24, ha spiegato perché l’operazione in Venezuela segna una rottura netta con il passato.

Spannaus, l’attacco in Venezuela e l’incarcerazione di Maduro arrivano a inizio anno perché proprio ora?
“Trump ha sempre mostrato una certa propensione ad agire di sorpresa, soprattutto all’inizio dell’anno. Lo abbiamo già visto con l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani (3 gennaio 2020, ndr). Al di là dell’aspetto simbolico, però, c’erano anche pressioni molto concrete per intervenire rapidamente: questioni logistiche, costi, organizzazione militare. L’attacco si inserisce chiaramente in una strategia più ampia, segnata da una politica americana molto forzosa e dimostrativa. L’obiettivo è mostrare che gli Stati Uniti fanno sul serio e intendono riaffermare il proprio ruolo globale”.
Trump aveva promesso di non fare nation building e non intervenire per cambiare regimi. Oggi arriva a dire che gli Stati Uniti gestiranno un Paese
A chi è diretto principalmente questo messaggio?
“In primo luogo, ai Brics allargati, quindi alla Cina e alla Russia, ma anche ad altri Paesi che stanno costruendo lentamente un’alternativa all’ordine occidentale. Trump considera questo processo una minaccia strategica per gli Stati Uniti e ritiene necessario rispondere riaffermando il potere americano”.
Che effetto può avere questo approccio su altri teatri di crisi, come l’Ucraina?
“Il rischio è un effetto di trascinamento. Se questa operazione viene percepita come un successo, almeno nel breve periodo, può incoraggiare Trump e il suo entourage più aggressivo a spingersi oltre, su più fronti. La sensazione è che l’amministrazione possa sentirsi più legittimata a esercitare minacce e forme di intervento più dirette, superando alcune linee che in passato sembravano invalicabili”.
C’è una rottura rispetto al passato di Trump?
“È una rottura netta. Trump aveva promesso di non fare nation building e di non intervenire per cambiare regimi. Oggi, invece, arriva a dire che gli Stati Uniti “gestiranno un Paese” fino a una transizione ritenuta giusta. Un rischio a livello internazionale, ma anche internamente visto che ha costruito una parte del suo successo con la critica alle guerre all’estero”.
Rischia anche l’Iran?
“Anche nei confronti dell’Iran si coglie un cambio di passo. Già a giugno l’attacco era stato rischioso: Trump aveva finito per tradire una parte della sua stessa base, che lo aveva criticato apertamente. Alla fine, si era limitato a un bombardamento isolato, rivendicandone il successo e fermandosi lì. Oggi, invece, arriva a minacciare un intervento diretto contro il regime iraniano. Una postura che appare molto più in linea con quanto stiamo vedendo in Venezuela”
Come reagiranno le altre grandi potenze?
“La Russia vede queste azioni come interventi ingiustificati contro Paesi amici e come una conferma dell’uso selettivo dei principi da parte dell’Occidente. In questo contesto, parlare di diritto internazionale diventa sempre più difficile, anche perché molti in Occidente speravano di preservare almeno quella cornice”.
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Cosa rischia l’ordine globale?
“Il rischio è uno scivolamento ulteriore verso una logica di scontro di forza. Per la Cina, ma anche per altri attori, l’idea è che gli Usa parlino di regole e principi, ma agiscano esclusivamente in base ai propri interessi. È un passaggio che indebolisce ulteriormente il diritto internazionale e rafforza una competizione sempre più dura tra potenze”.