Roma – L’intervento straordinario dell’Agenzia internazionale per l’energia, con il rilascio coordinato di 400 milioni di barili di greggio dalle riserve dei Paesi aderenti, fotografa meglio di ogni dichiarazione la gravità della crisi del Golfo. È una mossa senza precedenti. Anche Trump annuncia di voler attingere alle riserve Usa. Ma per ora non basta a rassicurare i mercati: il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, le minacce iraniane e i nuovi attacchi alle navi commerciali continuano a pesare più dell’ombrello introdotto dall’Aie e dal G7. Tanto più in presenza della minaccia dei pasdaran: “Dallo Stretto non passerà un litro di petrolio. Preparatevi a pagare 200 dollari per un barile”. Ieri sera, invece, mentre Israele ha annunciato una nuova ondata di attacchi su Teheran, un missile ha colpito la base italiana a Erbil, nel Kurdistan iracheno. La notizia è stata data dal ministro della Difesa Guido Crosetto, il quale ha assicurato che però non ci sono stati feriti.

I pasdaran hanno rivendicato attacchi contro tre navi cargo nello Stretto. “Tutte le navi appartenenti agli americani e ai loro alleati sono un obiettivo legittimo”, ha avvertito Ibrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, mentre il Comando centrale americano ha annunciato di avere eliminato 16 unità iraniane adibite alla posa di mine. Sulle mine resta però un giallo politico e militare: Reuters e altre fonti parlano di una dozzina di ordigni già piazzati e della possibilità che Teheran ne possa disseminare a centinaia; Trump ha detto di non credere che ciò sia già avvenuto, Macron ha spiegato di non avere conferme. In ogni caso, solo il sospetto basta a tenere paralizzato il traffico e ad alzare il premio del rischio.
Iran, i curdi nel nord dell’Iraq: “Aspettiamo il momento giusto”
La giornata ha confermato che la vera posta in gioco non è solo militare ma economica, e riguarda il cuore stesso della sicurezza energetica globale. Hormuz resta il passaggio decisivo per una quota cruciale del petrolio mondiale e per una parte rilevante del gas liquefatto diretto soprattutto verso l’Asia e l’Europa. Per questo Donald Trump ha promesso che nell’area ci sarà presto “un’enorme sicurezza” benché, al momento, nessuno sappia bene cosa aspettarsi. Sia l’inquilino della Casa Bianca sia quello dell’Eliseo hanno parlato di missioni militari per garantire la navigazione, ma, probabilmente, con impostazioni molto diverse. Trump pensa a usare la US Navy per scortare le petroliere a conflitto aperto – sul punto si è già verificato un incidente di comunicazione, con l’operazione annunciata e poi smentita – mentre Macron immagina la discesa in campo non appena si sarà conclusa la fase calda.

Con Arabia Saudita, Oman e Dubai entrati nel raggio delle minacce, il conflitto si allarga. La reazione dei mercati è stata eloquente. Il Wti è tornato sopra 87 dollari al barile, il Brent oltre 92, mentre ad Amsterdam il Ttf è risalito del 5,48% a 49,99 euro al megawattora, appena sotto la soglia simbolica dei 50 euro. Le Borse europee hanno chiuso in rosso, con Francoforte maglia nera, Milano in calo dello 0,95% e una fuga verso il dollaro e i titoli energetici. Anche i bond sovrani hanno accusato il colpo: il rendimento del Treasury decennale è salito al 4,2%, il Bund al 2,92%, il Btp al 3,66%, con il timore che lo choc energetico rallenti o congeli i tagli dei tassi.

Sono bastati dieci giorni di guerra in Iran a ricordare all’Europa quanto resti vulnerabile: 3 miliardi di euro in più sborsati per le importazioni di combustibili fossili. Un conto che per Ursula von der Leyen rappresenta molto più di uno scossone dei mercati: “È il prezzo della nostra dipendenza”, ha ammonito davanti alla plenaria dell’Europarlamento. Da qui la ricerca di contromisure immediate: aiuti di Stato, sussidi, possibile ritorno del price cap sul gas. Sullo sfondo resta il nodo strategico: ridurre il peso dei combustibili fossili importati da aree instabili senza però scaricare sulle imprese e sulle famiglie un altro salto delle bollette.