Roma, 12 gennaio 2026 – La linea telefonica diretta tra il Pentagono e Tel Aviv in queste ore è quasi sempre occupata mentre a Teheran e in altre 270 località incendiate dalle proteste contro il regime si muore per strada o si finisce in carcere. Le forze di sicurezza iraniane uccidono e fanno arresti di massa con numeri che si aggiornano di ora in ora. Anche ieri una lunga telefonata tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto come tema la reazione americana condivisa con Israele pronto ad una nuova mobilitazione. Come e quando avverrà il raid? I possibili obiettivi? Sono le domande che il mondo si fa mentre la tensione sale e assomiglia ad una pentola a pressione sul fuoco.
Donald Trump ha ipotizzato l’operazione senza tante giravolte dal palcoscenico dell’Air force one: “Se iniziano a uccidere le persone come hanno fatto in passato, penso che saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti”. Il raid è pianificato da tempo e secondo il Telegraph al presidente americano è già stata presentata una lista con i target, tra cui le forze di sicurezza responsabili della repressione delle proteste più che siti militari veri e propri. In ogni caso le grandi manovre di preparazione sono iniziate da giorni perché un attacco ha necessità di un retroterra logistico già operativo nel caso in cui si prema il bottone. Due o tre portaerei Usa, come la Carl Vinson e la Ford, sono già in zona dall’estate scorsa e possono tornare utili. Nel quadro di queste ore concitate si registrano movimenti di decine di aerocisterne per il rifornimento in volo, aerei da trasporto strategico e un’intensa attività logistica tra Stati Uniti, Europa e Medio Oriente. Un flusso continuo di equipaggiamenti. Washington rinforza i muscoli nella regione anche con numerosi velivoli della United States Air Force.
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“Se vogliamo ipotizzare un possibile attacco – spiega il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, ora analista e presidente di Fondazione Icsa – credo che gli Stati Uniti possano utilizzare un primo sciame di missili da crociera Tomahawk lanciati dalle navi o dai sommergibili e capaci di una gittata dai 1.000 ai 2.500 chilometri. Sono sistemi d’arma molto precisi una volta individuate le coordinate. Ci può essere in un secondo tempo anche un’ondata di attacchi con velivoli che possono decollare dalle portaerei tenendo presente la reazione della contraerea iraniana. Se si utilizzano però gli F35, caccia Stealth di quinta generazione, in grado di essere quasi invisibili ai radar, allora il compito è meno complicato. Per rendere molto efficace l’operazione dovrebbero colpire dirigenza politica, dirigenza operativa centri comando e depositi. Ma è solo una possibilità, bisogna vedere che piano ha disegnato il Pentagono”.
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Missili in cielo, mentre a terra la Cia e il Mossad operano dietro le quinte per alimentare la protesta che ha già reso incandescenti decine di piazze. Israele non sta solo al telefono con la Casa bianca, ma si prepara al peggio anche in seguito alla pioggia di minacce di Teheran: “Se attaccati colpiremo basi Usa e Israele”. Secondo Iran International, tv in lingua persiana con sede a Londra, Tel Aviv attaccherebbe l’Iran dopo l’eventuale intervento Usa e solo se la Repubblica islamica mostrerà di voler prendere di mira lo Stato ebraico. Scenario tutto in evoluzione. Infatti Netanyahu ha convocato ieri consiglieri e ministri per una consultazione sulla sicurezza mentre domani è previsto un vertice del gabinetto di sicurezza. E sempre domani briefing sul tema anche alla Casa bianca che non esclude pure capitoli di operazioni ibride attraverso blackout, attacchi cyber, armi informatiche segrete, nuove sanzioni. C’è un indizio: in un video apparso su UK Report su X, specializzato in notizie dal Medio Oriente, si vedono i satelliti di Starlink, cioè di Elon Musk, sorvolare il territorio iraniano. Cieli cupi e venti di guerra sulla sempre più traballante Repubblica degli Ayatollah.