Verde pubblico, potature e tagli selvaggi

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Abbattimenti, capitozzature e altri scempi ai danni degli alberi sono sempre più frequenti in ogni parte d’Italia. Ma crescono le proteste

Dal mensile di settembre. Diceva Chico Mendes che “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”. Il problema, qui in Italia, è che scarseggiano anche i giardinieri. Ogni giorno che passa, rimbalza su web e social il grido di dolore e rabbia per abbattimenti, capitozzature e altri scempi ai danni degli alberi. Nel breve lasso di tempo di redazione di questo articolo, abbiamo visto foto, video e proteste di tagli o potature pesanti a Perugia, San Bovio di Peschiera Borromeo (Mi), Ferrara, Bologna, Orvieto, Lucca, Genova. Non è il disboscamento dell’Amazzonia contro cui si battevano, e si battono, i seringueiros. Ma nel piccolo dello Stivale anche un bagolaro nei contesti urbani assume un valore simbolico, e non c’è taglio che passi inosservato. Spesso si tratta di interventi compiuti dai Comuni, aspetto che scatena un forte risentimento contro sindaci e assessori. Mancano giardinieri e gli appalti per mantenere il verde vengono assegnati, col massimo ribasso, a manodopera non qualificata.

Squarci di ritorno

«Molte ditte fanno capitozzature estreme e lasciano degli alberi mostruosi – denuncia Pierangela Romanini, legambientina della bassa bolognese, attivissima nella difesa delle piante – non hanno più rami ma dei monconi. È un continuo, sia nel pubblico che nei

La vignetta di GianLorenzo Ingrami

giardini privati. Ricevo ostilità ma continuerò a denunciare pubblicamente questi obbrobri. Occorre un fronte comune a difesa degli alberi, coinvolgendo personalità della tv». Per Elisa Marmiroli, agronoma di Parma e autrice del libro La potatura delle piante ornamentali, perché, come, quando intervenire, «In Italia c’è un ritardo culturale tangibile, parchi e alberi non sono considerati di valore. Siamo rimasti al concetto delle potature degli alberi da frutta, che si fanno per aumentare la produzione, trasferendola all’albero ornamentale, che invece va gestito in modo completamente diverso. La capitozzatura non si deve fare più, va applicata una potatura adatta all’età e alle caratteristiche intrinseche di ciascuna pianta, intervenendo solo sulla porzione esterna della chioma, conservando i rami primari e quelli interni». Quella che in gergo si chiama la tecnica del taglio di ritorno. «Si pensa, sbagliando, che fare potature attente sia più costoso – continua Marmiroli – in realtà ormai ci sono arboricoltori specializzati che fanno preventivi mirati per ogni pianta, e non dei lotti per filari, perché ogni albero ha esigenze diverse. Questo porta a una minore spesa, senza contare che le capitozzature richiederanno nuovi interventi in pochi anni, mentre potature ben fatte lasciano effetti di lunga durata». Il contrario di quanto fatto, ad esempio, a Parma nel parco “Primo maggio”, dove lo scorso autunno parecchi alberi sono stati risagomati in “attaccapanni”, un intervento indecente che ha suscitato forti proteste.

Arredi urbani

potatura«La prima regola – ribadisce Angelo Porta, vicepresidente di Legambiente Piemonte – è che la potatura ben fatta non è facilmente visibile. Invece dappertutto si esagera e questo porta a danni irreversibili. Alcuni alberi soffrono moltissimo le potature drastiche: ad esempio le betulle spesso muoiono nel giro di uno-due anni, le conifere se cimate poi seccano. I platani e i tigli sopportano meglio, ma tagli pesanti provocano carie interne, crescita di rami deboli in prossimità del taglio e la morte delle radici corrispondenti: dopo alcuni anni l’albero diviene instabile e al primo evento meteorologico forte aumentano le probabilità di cedimento». C’è però una novità, ancora poco conosciuta, che potrebbe cambiare le cose. «Il ministero dell’Ambiente – spiega Porta – l’anno scorso ha emanato un decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 4 aprile 2020, che nel ridefinire i criteri ambientali minimi (cam) per la gestione del verde pubblico richiede esplicitamente che l’aggiudicatario debba evitare di praticare la capitozzatura, la cimatura e la potatura drastica». Tra gli altri punti, il decreto chiede che ogni Comune effettui il censimento delle alberature e si doti di un Piano del verde, del regolamento del verde pubblico e privato e del bilancio arboreo. «Ritengo – riprende l’ambientalista – che il problema sia più complesso e comprenda gli abbattimenti indiscriminati di alberature. Da quando i sindaci sono divenuti responsabili della salute pubblica, e anche i tecnici comunali possono essere chiamati in giudizio, gli alberi sono visti come un pericolo e allora si trovano scuse per progetti di riqualificazione che spesso portano ad abbattimenti generalizzati e alla sostituzione con alberelli considerati arredo urbano, come una panchina e non come servizio ecosistemico. Su questo va aperta una riflessione a tutto tondo».
Una battaglia in corso da lungo tempo e che sta arrivando alle battute finali è quella per la salvaguardia del filare di cinquanta pini e querce su viale Carducci a Lido degli Estensi, nel ferrarese. «A ottobre dovrebbe partire la riqualificazione della strada – spiega Marianna Suar del gruppo spontaneo La voce degli alberi – Il primo progetto prevedeva la pedonalizzazione con aumento delle alberature. Poi un’incredibile dietro front, dopo una concertazione con commercianti e artigiani: la strada torna carrabile con tabula rasa di tutti gli alberi, per lavori dei sottoservizi». L’abbattimento è stato deciso dall’ex sindaco Fabbri, prima Movimento 5 Stelle ora consigliere regionale per il Pd. «Nel frattempo è cambiata la giunta – circostanzia Suar – Sembrava che la nuova volesse mantenere le alberature, ma ora questa volontà politica sembra scemata. Ci batteremo, come abbiamo fatto in precedenza a Lido Scacchi, dove volevano abbattere 27 pini per fare una pista ciclabile e siamo riusciti a salvarne la maggior parte. Ancor prima allo stadio di Ferrara, per installare i tornelli, volevano tagliare 16 platani, ne abbiamo salvati la metà. Con un’altra mobilitazione abbiamo tutelato dei pioppi cipressini prospicienti la ferrovia. Ma questa battaglia di Lido Estensi è più dura».

Imparare dalla natura

Un altro effetto di malagestione del verde che sta suscitando proteste sono i cosiddetti rimboschimenti urbani, che dovrebbero attuare anche la legge sulla posa di un albero per ogni nuovo nato (l. 10/13). Accanto a felici esperienze dal basso, come la Compagnia delle piante di Piacenza o il Consorzio km verde Parma, vi sono operazioni dubbie. Se in Emilia Romagna la Regione prevede di piantare 4,5 milioni di alberi in cinque anni, a Milano la Città metropolitana ha lanciato il programma “ForestaMi”, con la posa di tre milioni di alberi entro il 2030. Sui social spuntano però foto di piante secche e dubbi sull’operazione. Niente in confronto a Parma, dove l’operazione congiunta del Comune con Arbolia (Snam) si è rivelata un fallimento: per l’incuria, a soli sei mesi dalla messa a dimora, su 4.000 pianticelle ne sono seccate più dell’80%. “Vorrei che andaste in un prato abbandonato dall’agricoltura – scrive Guido Sardella, coordinatore Oasi Wwf dei Ghirardi (Pr) – e guardaste come nasce un bosco. Prima si formano arbusteti di specie eliofile, che resistono a sole e aridità, poi anni dopo sotto di esse spuntano gli alberi veri e propri, all’ombra e nella pacciamatura di foglie cadute, e quando avranno tre, quattro o più anni svetteranno fuori dai cespugli e si avvieranno a diventare alberi. Le scorciatoie non funzionano, specie nel clima nuovo in cui viviamo. Impariamo dalla natura invece che proporre soluzioni dell’arte dei giardini nate durante la piccola era glaciale europea e ormai obsolete”.

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