La foresta potrebbe generare grande ricchezza in modo sostenibile. I veri guardiani sono i popoli amazzonici, che devono resistere tra deforestazione, incendi e corruzione
Dal mensile di gennaio 2022. L’Amazzonia brasiliana comprende trenta milioni di abitanti. Meno della metà vive nelle città, la maggior parte in aree di foresta. Sono i popoli amazzonici, tra cui indigeni, riberinhos (popoli del fiume) e quilombolas (discendenti degli schiavi africani), i veri guardiani della foresta. Per saperne di più abbiamo parlato con Emanuela Evangelista, biologa e presidentessa di Amazônia Onlus, la nostra “Ambientalista dell’anno” nel 2009. Da vent’anni vive e lavora sulle rive del fiume Jauaperi, al confine tra gli Stati di Amazonas e Roraima, nel nord del Brasile.
Le popolazioni tradizionali sono circa 180. Come resistono all’avanzare della deforestazione?
Da lontano si tende a considerare il bacino amazzonico come un’unica realtà dal punto di vista sociale ed economico, ma esistono tante Amazzonie, completamente diverse tra loro. Chi vive nelle aree interne riesce a organizzarsi in maniera più autonoma, sfruttando l’ecosistema ancora intatto. Chi vive negli archi di deforestazione invece è costretto a subire le pressioni più forti, a lottare quotidianamente per resistere. Una vera guerra tra forze contrarie.
Qual è il destino delle persone che abitano i territori deforestati illegalmente?
Dove la monocultura sostituisce la foresta, spesso gli abitanti si allontanano attratti dal mito di una vita migliore in città, dietro compensi economici offerti dalle multinazionali. In genere le cifre offerte non sono sufficienti a vivere in città, ma sono comunque impressionanti per chi ha vissuto sempre in un villaggio, che viene indotto così a vendere i propri terreni. Spesso, se c’è resistenza alla vendita, ci sono anche minacce e incendi.
Tra i locali, c’è qualcuno che trae vantaggio dalle attività illegali?
Il problema principale è la povertà. Se non si offrono alternative di reddito, le uniche opzioni possibili per le popolazioni locali sono quelle che portano al degrado della foresta, come bracconaggio, taglio di legname, traffico di specie protette. È una triste realtà: nel sistema della deforestazione non c’è un unico colpevole. La domanda del mercato internazionale ha una grande responsabilità, ma c’è anche una grande domanda nazionale del mercato del lavoro, ancora disattesa. In foresta si sopravvive, come si fa da migliaia di anni. Ma per vivere bene, godendo dei diritti base come quello all’istruzione e alla salute, servirebbe un impiego, che lo Stato non offre.
Qual è il rapporto delle aree rurali con la politica?
Uno dei peggiori che si possano immaginare. I locali sono completamente abbandonati, perché in aree lontane dai centri del potere. Le figure politiche arrivano soltanto nei periodi di campagna elettorale, quando è pratica diffusa la compravendita del voto, configurata come uno scambio per un ritorno economico immediato.
Nella Cop di Glasgow il Brasile ha preso l’impegno di azzerare la deforestazione illegale. È una buona notizia, ma è necessario azzerare tutta la deforestazione, non solo quella illegale. Qui si sollevano questioni importanti: chi decide cosa sia legale? E quanto è facile cambiare le carte in tavola perché un’attività che ora è illegale diventi legale nel giro di poco tempo? Basti pensare alla pressione che c’è sull’estrazione dell’oro.
E allora quali soluzioni si possono adottare per la conservazione dell’Amazzonia? Bisogna riforestare, dare sostegno ai popoli tradizionali e cambiare il concetto di foresta, che non è affatto improduttiva e anzi ha un immenso potenziale naturale. La bioeconomia della foresta può essere anche più fiorente degli allevamenti intensivi. Cacao, bacche di açai, cupuaçu sono tutti prodotti che potrebbero generare grande ricchezza in modo sostenibile, senza sostituire la foresta con piantagioni o allevamenti.