Architettura a basso costo per capsule d’accoglienza

Commonweal Pods, il design open source si mette al servizio dei senza fissa dimora. La risposta ai progetti ostili che allontanano chi ha più bisogno

Spuntoni di metallo che affiorano dalle superfici di androni, porticati, di fronte le vetrine dei negozi. E panchine inclinate o scomode nei parchi, che impediscono ai clochard di sdraiarsi e riposare. Sono alcuni degli esempi più comuni dell’architettura ostile, pensata per allontanare migranti e clochard dal centro patinato delle città. Un approccio sempre più diffuso nelle grandi metropoli, che a Londra nel 2015 scatenò le proteste del movimento “Space, not Spikes” (Spazi, non spuntoni) contro strategie urbanistiche discriminanti. È ispirata invece ai principi del “Design for all” (design inclusivo) il sistema creato dallo studio Reed Watts Architects, per far fronte al fenomeno dei senza fissa dimora, cresciuto nel Regno Unito del 71% tra il 2013 e il 2019. Si tratta dei “Commonweal Pods”, minuscole unità abitative provvisorie da allestire all’interno di spazi in disuso. Un’alternativa ai materassi stesi a terra nei dormitori comuni, per garantire alle persone più fragili un riparo notturno dignitoso, soprattutto d’inverno. «Sono piccole capsule di legno (2 metri per 2), alle quali si accede tramite una tenda, che racchiudono un letto, uno spogliatoio e una cassetta di sicurezza per gli effetti personali, assicurando agli ospiti uno spazio raccolto, caldo e sicuro, rispettoso della loro privacy», spiega l’architetto Reed Watts. 

Un progetto open source e a basso costo, realizzabile con materiali di riciclo, (ad esempio pannelli di multistrato dismessi), lavorati con tecnologie digitali, come frese a controllo numerico, disponibili nei Fab Lab di quartiere. Manufatti facili da montare e smontare, componibili tramite connessioni a incastro senza l’uso di colle, viti o chiodi metallici. «Abbiamo ritenuto importante proporre una soluzione attuabile quasi immediatamente con budget ridotti. Le materie prime esistono e il design può essere adattato a spazi diversi – assicura Watts – Si possono infatti costruire singolarmente o in file, in modo che ciascun modulo condivida le pareti con quello adiacente, riducendo così la quantità di legname richiesta». Il progetto, vincitore nel 2017 del concorso “Starter for ten”, organizzato dall’ente benefico Commonwealth Housing, era stato concepito inizialmente per fornire alloggi temporanei a circa 1.500 lavoratori migranti romeni, in quel periodo costretti a dormire in tende ai margini di strade e parchi nel Nord di Londra a causa dei prezzi inaccessibili degli alloggi. 

«Ci auguriamo che il design possa essere adottato anche da altre realtà. Stiamo  lavorando con Commonwealth e Housing Justice per offrire supporto ad altri centri nel resto del Regno Unito e a organizzazioni negli Stati Uniti e in Canada per implementare il progetto nei rifugi locali», conclude Watts. I disegni del progetto sono stati rilasciati infatti su base Creative Commons, in modo che possano essere scaricati e replicati in tutto il mondo. Alloggi d’emergenza ai quali però, devono seguire servizi di sostegno integrati e abitazioni permanenti, come ha stabilito la Piattaforma europea per la lotta contro la mancanza di una fissa dimora, lanciata lo scorso giugno a Lisbona. Magari utilizzando, almeno nei paesi comunitari, i finanziamenti del Fondo sociale europeo e del Fondo di aiuti europei agli indigenti per combattere esclusione e marginalità. 

Come si fa?

Il progetto può essere scaricato e realizzato ovunque grazie alla tecnologia Cnc in outsourcing. Richiedere i disegni all’indirizzo studio@reedwatts.com. Il modulo (2 metri per due) è composto da 8 fogli di multistrato riciclato, trattati con vernice ignifuga, montabili con connessioni a incastro. 

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