Suolo, l’ultima chance dell’Europa

Nuovi edifici suolo

Il 17 novembre la Commissione ha adottato la nuova Strategia sul suolo. L’obiettivo è tutelarlo come l’acqua, l’aria e la natura. Ma per farlo serve una legge in linea con il Green Deal

di Ciro Gardi, Università di Parma

A distanza di quindici anni dalla precedente Strategia tematica sul suolo, la Commissione europea ha adottato il 17 novembre la nuova strategia per il 2030. Non si tratta solo di un aggiornamento ma di una rivisitazione del testo, che amplia e approfondisce quel nucleo originario, visionario per i tempi, ma non più adeguato alle attuali condizioni. La nuova parola chiave è Healthy soils, suoli in buona salute, sia dal punto di vista biologico che chimico-fisico. Gli estensori della Strategia sono riusciti a mettere insieme le diverse “anime” della Commissione europea, le cui direzioni generali spesso faticano a comunicare tra loro.
La Strategia sul suolo si inserisce nel nuovo corso politico dell’Ue nel quale – vuoi per lungimiranza, vuoi per necessità – le questioni ambientali sono poste al centro del dibattito e della programmazione: è la sostanza del Green Deal, su cui si incardina il programma della presidente Ursula Von Der Leyen e che comprende numerose strategie e obiettivi, molti dei quali strettamente collegati alla protezione del suolo. Se il Green Deal sarà incentrato sulla transizione ecologica e sull’economia circolare, non si può prescindere dalla tutela del suolo e, più in generale, del capitale naturale.

Contrastare il degrado del suolo, che solo in Europa affligge dal 60 al 70% delle terre coltivate, è la sfida centrale: i suoi costi sono ingentissimi, stimati in 50 miliardi di euro l’anno, evidenziando che l’inazione è molto più costosa dell’adozione di misure di protezione. Nella Strategia viene riconosciuto il ruolo centrale del suolo per affrontare le sfide del Green Deal, dalla questione climatica alla tutela della biodiversità, alla riforma dei sistemi agroalimentari prevista dalla strategia “Farm to Fork”, che dovrà indirizzare il settore primario verso una crescente sostenibilità ambientale. La Commissione ha potuto soffiare su una brace che covava una spessa coltre di cenere e riaccendere le speranze di dotare l’Europa di una legge per la protezione del suolo, analogamente a quanto avviene per acqua, aria e natura. La partita è solo iniziata: il Parlamento europeo, nei mesi scorsi, ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che dà mandato alla Commissione per produrre un atto legislativo incisivo ed efficace. A novembre, inoltre, i ministri dell’Ambiente e dell’Agricoltura di dieci Stati membri (non c’è l’Italia) hanno siglato una lettera di sostegno all’iniziativa legislativa. Diverse lobby, in rappresentanza degli interessi dell’agroindustria, della proprietà fondiaria, del settore estrattivo e dell’industria, hanno dichiarato la loro contrarietà alla Soil law. Ora la partita si giocherà nella dialettica tra Stati: già in passato, nel 2014, il veto di una minoranza aveva costretto Bruxelles a ritirare il testo di una Direttiva sul suolo. Ora le condizioni sono cambiate e il Green Deal è un buon vento a favore. Ma serve che all’interno del Consiglio dei ministri europei anche l’Italia faccia la sua parte, se vuole essere protagonista e non spettatrice di questa grande sfida.

 

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