
Gli spiragli di pace tra Russia e Ucraina frenano la speculazione sui prezzi di grano e mais. I prezzi crollano ai minimi del mese.
Non solo petrolio, gli spiragli di pace frenano la speculazione sui prezzi di grano e mais che invertono al tendenza e scendono bruscamente su valori minimi del mese di guerra.
E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sugli andamenti al Chicago Board of Trade punto di riferimento mondiale delle materie prime agricole in occasione dei negoziati in Turchia.
Un andamento spinto dalle aspettative sul raggiungimento dell’accordo tra Russia ed Ucraina ed il superamento delle difficoltà nelle semine e nel commercio internazionale dei cereali con blocchi alle esportazioni e dei trasporti che hanno riguardato anche la disponibilità di fertilizzanti necessari alla coltivazione spingendo verso l’alto le quotazioni.
All’apertura il contratto future più attivo sul grano è sceso a 9,76 dollari a bushel (27,2 chili) dopo essere era arrivato a superare in un mese di guerra i 13,6 dollari per bushel mentre il mais è stato quotato 7,17 dollari dopo aver raggiunto i 7,8 dollari per bushel al top da 10 anni.
Una netta inversione di tendenza rispetto a livelli precedenti,spiega la Coldiretti, registrati solo negli anni delle drammatiche rivolte del pane che hanno coinvolto molti Paesi a partire dal nord Africa come Tunisia, Algeria ed Egitto che è il maggior importatore mondiale di grano e dipende soprattutto da Russia e Ucraina.
Una situazione determinata dal fatto che i due Paesi in guerra insieme controllano circa il 28% delle vendite mondiali di grano tenero per la panificazione, il 16% del commercio del mais destinato all’alimentazione degli animali negli allevamenti e circa il 65% dell’olio di girasole impiegato per la produzione di dolci, conserve, salse, maionese, condimenti spalmabili da parte dell’industria alimentare, oltre che per le fritture, secondo il centro studi Divulga.
Una emergenza internazionale che riguarda però direttamente l’Italia che è un Paese deficitario ed importa addirittura il 64% del proprio fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti e il 53% del mais di cui ha bisogno per l’alimentazione del bestiame, secondo l’analisi della Coldiretti.
L’aumento di mais e soia, continua la Coldiretti, sta mettendo in ginocchio gli allevatori italiani che devono affrontare incrementi di costi pari al 57% secondo il Crea che evidenzia il rischio concreto di chiusura per la maggioranza degli allevamenti italiani che si trovano costretti a lavorare con prezzi alla stalla al di sotto dei costi di produzione.