Il futuro “verde” dei bitcoin

Il futuro “verde” dei bitcoin
Centrale idroelettrica di Xilodu, in Cina

A colloquio con Ferdinando Ametrano, esperto di Bitcoin and blockchain technology  

Dal mensile di marzo. «Le aziende hanno investito molto in ricerca, puntando ad hardware sempre più efficienti. Una volta per l’estrazione di criptovalute si usavano computer normali, poi si è passati alle schede grafiche, dopo ancora alle schede programmabili Fpga. Oggi si usano Asic, hardware specializzati per fare i conti che servono per la rete Bitcoin. Intel ha recentemente dichiarato che entrerà nella produzione di hardware altamente efficienti per il mining. Non si tratta di ricerca scientifica ma industriale, che va nella direzione di un risparmio di consumi». A parlare è Ferdinando Ametrano, docente di Bitcoin and blockchain technology alla Statale di Milano e ad di Check Sig, società di custodia per bitcoin. Con lui Nuova Ecologia ha cercato di capire se potrà esserci un futuro “verde” per le criptovalute. 

Ethereum, principale competitor di Bitcoin, ha annunciato di volersi porre come alternativa meno energivora. Con quali modalità intende differenziarsi?

Ethereum, come Bitcoin, usa da sempre la proof of work, cioè la sicurezza della rete viene data dalla prova del lavoro effettuato, e quindi è intrinsecamente energivora. Da circa cinque anni, però, Ethereum continua a dichiarare di voler passare alla proof of stake, un protocollo che abbatterebbe i consumi perché non basato più sulla mole di energia impiegata per le operazioni. Solo che quella promessa viene rinviata di sei mesi in sei mesi. L’ultimo annuncio era stato fatto a novembre, ora dicono che lo faranno per giugno. Oggi non si vede un’alternativa concreta alla proof of work che sia sostenibile e non centralizzata. Perché i vecchi circuiti di moneta elettronica funzionano in maniera efficiente ed è proprio la proof of work a dare sicurezza alla rete in assenza di un governatore centrale, uno dei caratteri fondanti di Bitcoin.  

Qual è il peso energetico delle altre criptovalute?

È difficile calcolarlo. Il Ccaf di Cambridge monitora solo Bitcoin, ma facendo un calcolo sulle remunerazioni si può stimare grossolanamente il consumo delle altre. Bitcoin produce profitti tra i 13 e i 15 miliardi di dollari l’anno. È evidente quindi che le risorse industriali e i costi energetici debbano essere minori. Ethereum, la seconda cripto al mondo, ha una profittabilità comparabile. Dunque non è improprio sostenere che il dispendio energetico di Ethereum sia comparabile a quello di Bitcoin. Il resto invece è trascurabile, qualche posizione dopo Ethereum si crolla a coefficienti irrilevanti. 

Non c’è nessuna alternativa alla proof of work?

Allo stato attuale è difficile immaginarla. Quello dell’energia è un tema ineludibile, indipendentemente dalle cripto. Se ci fossero delle monete verdi, dall’opinione pubblica verrebbero percepite come più adeguate al contesto attuale. Bisognerà vedere se questa cosa è realizzabile. Esisterebbe già oggi una tecnica a disposizione per ridurre i consumi: si chiama merge mining o anchoring, sostanzialmente consente alle criptovalute di ancorarsi nel loro registro di sicurezza al mining della rete Bitcoin. In questa maniera, in uno scenario futuro, la rete Bitcoin continuerebbe a essere l’unica rete energivora ma potrebbe consentire alle altre di sfruttare e ancorarsi al suo sistema di sicurezza. A prescindere da ciò, non riesco a immaginare una diminuzione del consumo di energia in futuro. Bisognerà imparare a consumare meglio, a orientarsi verso le fonti rinnovabili e sfruttare quelle che generano grandi surplus di elettricità che altrimenti andrebbero dissipati, come l’idroelettrico. 

 

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